giovedì 14 settembre 2006

Astici - seconda puntata

L’avvocato si chinò sulla vasca. Fece attenzione a non bagnarsi i polsini della camicia poi sfiorò con la punta di un dito una chela dell’astice e la prese delicatamente tra il pollice e l’indice, fece forza e provò a sollevare l’animale che galleggiava sul pelo dell’acqua. Un senso di ribrezzo lo costrinse a lasciarlo ricadere. Piccole gocce d’acqua rigarono il vetro del suo cronometro di precisione.

- “Agostino”, l’avvocato sentì la propria voce gridare nella stanza. Il tono era quello imperioso di chi è abituato a non ripetere due volte una richiesta, un comando. Questa volta era un comando e già Agostino abbandonava le sue occupazioni si affrettava a raggiungere la scala che dall’atrio porta alle cantine.

- “Agostino le bbestie sono tutte morte” urlò l’avvocato. Stizzito attraversò la stanza e imboccò le scale.

-“Piezz’e fetente…Agostino piezz’emmerda”, ripeteva e il dialetto della sua infanzia aveva già preso il posto dell’italiano forbito e un po’ controllato che usava con i clienti e con le persone che una volta si definivano “di riguardo”: ministri amici, industrialotti della provincia, matrone della nobiltà nera. Al sottobosco ministeriale che affollava le sue feste e che faceva anticamera sulle poltrone del suo studio riservava invece qualche perla del suo napoletano, senza trascurare qualcuna delle battute asprigne che gli avevano guadagnato la fama di uomo intelligente e spiritoso.

Nell’atrio incontrò sua moglie in vestaglia, ancora avvolta nelle brume dolci del sonno. “Augusto sai che non sopporto queste volgarità, prima di colazione poi...”. Sua moglie aveva sentito tutto e come sempre riuscì ad ammansirlo per un istante.

“Le aragoste sono tutte morte”, cercò di spiegare Augusto e già la voce gli tremava un po’, poi indicò la porta della scala che scendeva in cantina.

Anna si lasciò guidare svogliatamente giù per i gradini, incespicando un po’ nelle pantofole da notte. L’odore di morte la paralizzò sulla soglia.

-“Augù ma che è ‘sto schifo?”

Anna si portò istintivamente una mano alla bocca. Una macchia arancione e rosa galleggiava sul pelo dell’acqua che riempiva la grande vasca circolare semi-interrata. Solo dopo qualche secondo capì che erano i cadaveri delle aragoste e degli astici e riuscì a distinguerli, in un intrico di chele e antenne.

-“Fa’ immediatamente portar via quella schifezza da casa nostra”. Anna sottolineò la parola “nostra” con una specie di orgoglio contadino e sentì montare dentro di sé una rabbia furiosa verso Augusto. -“Chiama Agostino, chiama chi vuoi” urlò, fece dietro front e salì rapida le scale.

Augusto avvertì il frusciare della vestaglia, il ticchettio delle ciabattine da notte, non disse nulla. Si accasciò sull’orlo della vasca, e sfiorò ancora una volta la corazza di uno degli animali. Per un attimo provò un senso di prostrazione, di sconfitta e cercò di ricacciare quella punta di malinconia che ogni tanto veniva a galla. “Non sono decisamente un uomo abituato alle sconfitte” si disse, ripensando al suo progetto: la vasca, disegnata da uno dei migliori architetti della città, le aragoste, gli astici, arrivati vivi dalla Sardegna con l’aereo personale di uno dei suoi amici e infine un uomo di fiducia pagato appositamente per accudire l’allevamento. Evidentemente qualcosa non aveva funzionato. Si guardò i polsini oramai zuppi. In quel momento Agostino si affacciò sulla porta e capì in un lampo cosa era accaduto.

-“dotto’ sono costernato…”-

Augusto ascoltava le spiegazioni di Agostino senza capire. 

- “Lo sai che hai perso il posto vero?” gli urlò in faccia e aggiunse, più pacato: “Però adesso, porta via questo schifo, và”.

-         “E che ce faccio dottò le butto al cassonetto?”

Agostino sembrava perplesso. “Ma no idiota, vendile a qualche ristorante”, disse l’avvocato,

 Ora sovrappensiero. “Prova da Cesare, l’amico mio”, aggiunse.

 

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