domenica 17 settembre 2006

Astici 4

I quattro piatti attraversarono la sala, glissarono abili una colonna e planarono delicatamente sul tavolo 12 accanto ad una bottiglia di bianco della penisola salentina.

Una forchetta indugiò su una vongola dischiusa, schivando una foglia di prezzemolo ne punse senza convinzione le carni bluastre mentre una goccia d’olio colava sui rebbi lucenti. Svogliata staccò la vongola dal suo alveo di conchiglia con un lieve strappo e la sollevò a mezz’aria tra il piatto e la bocca di Valerio. “Questa pasta è veramente ottima” disse l’uomo quasi tra sé e sé e si asciugò i baffi con un gesto troppo nervoso che agli occhi di un osservatore attento non riusciva a nascondere il fastidio di dover ammettere la propria debolezza per la buona cucina dietro un’inappetenza di facciata. “Occorre pensare ad un riformismo ragionevole” continuò Valerio, rivolgendosi al giovane uomo seduto alla sua sinistra.

“Riformiamo questa sinistra, sempre la solita” aggiunse.

Marina annuì e spezzò un grissino, “Sempre sconfitta vorrai dire”, malignò tra sé e sé.

“Ancora un po’ di vino mia cara?”. La sollecitudine fredda di Valerio la irritò. A salvarla arrivò, provvido, il trillo del cellulare.

“Il telefonino a tavola, mia cara, te l’ ho sempre detto”. Valerio interruppe per un attimo il suo ragionare pacato . Quel “mia cara”, reiterato, un intercalare stanco, sempre uguale, aleggiò a mezz’aria e tradì solo per un attimo l’accento di quand’era bambino. Ma Marina già frugava nervosa nella piccola borsa Prada e, schivata la solita obiezione ragionevole, si rifugiava dietro una colonna in gesso per rispondere al telefono. Sfiorò senza vederli i finti tralci d’uva che adornavano il suo rifugio e dischiuse il telefonino a conchiglia. Anche quello un regalo di Valerio. Per un attimo ebbe la chiara percezione di sé, incerta sui tacchi troppo alti, l’abito in seta a fiori, spiegazzato, la borsina alla moda e tutto il resto, mentre confabulava dietro una colonna del ristorante. La porta si aprì alle sue spalle. “Altri due spaghetti allo scojio al tavolo sette e la grigliata al 12” gridò il cuoco dalle cucine. Mario il cameriere attraversò rapido il campo visivo di Marina che notò con disgusto il grembiule macchiato. “Ha ragione Valerio, questo posto non è più quello di una volta”, il pensiero la sfiorò per un attimo in una pausa della conversazione, poi se ne vergognò mentre indugiava con lo sguardo sulle natiche tornite del ragazzo. “In fondo siamo a Campo dei Fiori”, si disse, tornando al tavolo.

“La nostra Marina è una donna molto indaffarata” disse Valerio, carezzevole.

“Paga il prezzo di questi tempi”, aggiunse pensieroso.

Marina si sedette e accavallò le gambe abbronzate. In quel momento sua madre, maestra in una scuola elementare del centro nord, avrebbe potuto leggerle nello sguardo quello che, con un’immagine abusata, chiameremo “un piccolo lampo di trionfo”.

“Scuse ottenute” pensò Marina.

“A modo suo” si disse spiegando il tovagliolo. La pasta si era raffreddata nel piatto. Valerio mangiava una grigliata mista di mare, il segretario una scaloppina al marsala. Marina si accese una Marlboro light e compose le posate sul piatto..

Adesso Valerio stava vivisezionando un piccolo astice, con delicatezza, e non poteva sapere che il suo fratello gemello, Paco, ancora vivo, lo stava guardando con neri occhietti di spillo, attraverso le pareti liquide dell’acquario del ristorante.

Nessun commento:

Posta un commento