venerdì 29 settembre 2006

Presentazione libro

Finalmente ieri sera hanno presentato l'antologia del premio letterario 'Pensieri d'inchiosto' non che io mi sia goduta molto la serata... c'era tanta di quella gente e il Lettere caffe' era così pieno che non sono riuscita nemmeno ad entrare nella sala. Sono rimasta per strada con le mie amiche, più tardi ci siamo fermate a bere una cosa in una cantina lì di fronte. Il mio racconto è il primo della raccolta per rigorose ragioni d'ordine alfabetico e mi hanno pure sbagliato il cognome nel'indice del libro, una i invece di una e. Vabbe' cose che capitano, comunque sono molto contenta. In fondo è la seconda cosa che riesco a pubblicare. Un terzo racconto dovrebbe uscire in un'altra antologia presso un editore napoletano. Questa volta si tratta di un racconto noir di ambientazione napoletana che ho scritto in due versioni, una ambientata a Roma, tra Trastevere e il Fleming, e un'altra tutta Napoli: Forcella e il Vomero. La versione napoletana la devo anche all'aiuto di Enzo un ragazzo di Napoli che ho conosciuto su MSN che mi ha suggerito molti nomi di strade (e relative atmosfere) e che vorrei ringraziare. Il racconto si intitola 'tutto in una notte' e come suggerisce il titolo è ambientato nel corso di un'unica notte. Non dico altro, almeno per ora. Nei prossimi giorni sarò abbastanza impegnata, a parte il lavoro, devo dare una mano ad un'amica per una ricerca e poi dovro' leggere il nuovo romanzo di Marco Mushroom. Marco mi ha chiesto di scrivergli l'introduzione (e la cosa mi riempie d'orgoglio) quindi probabilmente non aggiornerò il blog.per un po'..........ciao..

mercoledì 27 settembre 2006

Una notte d'inverno del '43

Camminiamo a passi lenti nel buio. La neve scricchiola sotto le scarpe. Ho freddo. Poi qualcuno grida nel buio:”i fascisti”. Ci appostiamo con i fucili dietro gli alberi. Lontani sulla strada i fari gialli di un camion. Non ricordo chi sia stato a sparare per primo se noi, nascosti dietro gli abeti nel buio o il convoglio sulla strada. E’ successo una notte di tanti anni fa. Era un freddo inverno del 1943. Io ero il capitano Richard e il mio amico Pinin era Il Solo. Adesso gestiamo un bar-trattoria con rivendita di tabacchi sulla provinciale tra Pieve Pelago e Ponte Sant’Anna ma quello che accadde quella notte cambiò la mia vita per sempre... 


Così inizia il mio racconto una notte d'inverno del '43, vi invito a leggerlo nell'antologia del premio 'Pensieri d'inchiostro'  che verrà presentata stasera al Lettere Caffe', via San Francesco a Ripa Trastevere

martedì 26 settembre 2006

Racconto

Domani sera al Lettere Caffe' in via San Francesco a Ripa, Trastevere, c' è la presentazione dell'antologia del premio letterario 'Pensieri d'inchiostro' che include un mio racconto. Siete tutti invitati io sarò lì verso le 21.


Un saluto particolare a Lella e a Marco Mushroom

Fotografia e link

La nuova foto che ho pubblicato - purtroppo non eccellente come qualità - raffigura la vetrina di un negozio di bambole in una traversa di via Ripetta. L'ho presa con il telefono qualche mattina fa. Il nuovo link è una pubblicità al bed and breakfast a Fregene di un amico, un posto veramente carino che una merita visita.

mercoledì 20 settembre 2006

Un nuovo link

Ieri sera ho ultimato la pubblicazione del mio racconto lungo 'astici,' purtroppo l'editing non è perfetto. oggi ho inserito un nuovo link al blog di Angelo ci sono delle foto molto belle e un racconto veramente intenso, ve lo suggerisco. Intanto si avvicina il 27 settembre e la pubblicazione del mio nuovo racconto, devo dire che sono molto contenta. Due parole su 'astici', l'ho scritto alcuni anni fa, forse è il primo vero racconto che ho scritto e devo dire che ci sono molto affezionata anche se probabilmente oggi lo riscriverei diversamente... La versione attuale è stata rimaneggiata durante il corso di scrittura creativa che ho frequentato l'anno scorso presso la scuola internazionale di comics di Roma. La parte su Siria che scrive il racconto l'ho scritta allora per esigenze di copione. Infatti mi avevano chiesto un racconto che parlasse di un corso di scrittura creativa. Nella versione originale la protagonista è una specie di giornalista che frequenta un corso di scrittura. Nel copiare il racconto sul blog ho omesso quella parte del resto il racconto 'funziona' anche senza Siria. L'ispirazione per il racconto mi è venuta da un ritaglio dell'Espresso, pare che un noto personaggio romano allevasse sul serio aragoste e astici nelle cantine del suo palazzo. E pare che le bestie siano davvero morte - in realtà molti dei miei astici si salvano - il resto è pura fantasia. Tutti i personaggi sono assolutamente inventati anche se alcune situazioni -giocoforza - fanno parte della ia vita. La storia della strega di Spello è la versione romanzata di un'avventura capitata a me e ad una mia amica nell'estate del 1994 il ristorante di Cesare esiste davvero ma non a Campo dei Fiori e detto tra noi non ci sono mai entrata in vita mia....Nel racconto ho inserito la mia radio preferita Radio Rock e le canzoni che ascoltavo mentre lo scrivevo ci sono anche riferimenti a numerosi luoghi di Romaa volte nominati altre volte no, a chi legge indovinarli.


Un saluto


Antonella :)

lunedì 18 settembre 2006

Astici - ultima puntata

Poi la cassetta si fermò, al buio. Ora non faceva più freddo ma ogni tanto la cassetta ballonzolava e si sentivano sbatacchiare qua e là tra il ghiaccio mezzo sciolto.

Jack guidava. Andava piano, quella sera oltretutto aveva bevuto troppo. L’idea era nata per caso alla festa. Finite le tartine qualcuno aveva chiesto qualcosa da mangiare e lui si era scusato che c’erano solo le aragoste e gli astici, ma erano ancora vivi nel frigorifero. “Poverini - aveva detto una ragazza – Non penserai di ucciderli vero?” Quella ragazza era Marina. “Andiamo a liberarle in mare” aveva suggerito Salvo ad un certo punto e così adesso lui stava guidando verso Ostia nel traffico del sabato sera. Le cose erano andate più o meno così. Marina, Salvo, Mario e Margherita erano con lui. Un po’ fatti ridevano sul sedile posteriore. La cassetta con le aragoste era nel bagagliaio. Le dannate aragoste di sua madre. Arrivato alla rotonda svoltò a destra sul lungomare. Alla sua destra una fila di case anonime avvolte nel buio, alla sua sinistra le sagome spente degli stabilimenti. Sintonizzò la radio su Radio Rock, una canzone dei Thule, lenta e avvolgente, qualcuno provò a canticchiare. “Da qualche parte da queste parti hanno ammazzato Pasolini” disse Margherita. Gli anellini alle dita tintinnavano nel buio. “Io ci sono stato” disse Salvo. “C’è un piccolo monumento, è un posto molto triste”. Jack guidò per un altro mezzo chilometro sino a un tratto di spiaggia libera che conosceva. Uno scampolo di spiaggia rubato al cemento del lungomare. “Qui va benissimo” disse mentre parcheggiava l’automobile. Faceva freddo. Camminarono sulla sabbia sino a toccare l’acqua con la punta delle scarpe. Mario portava la cassetta. “E ora signore e signori…” disse Jack prendendo in mano uno degli astici. Voleva improvvisare un piccolo discorso, come si fa nelle grandi occasioni, ma la cosa morì lì. Posò John Lennon nell’acqua del mare e lo vide prima incerto, poi sempre più spedito nuotare lontano. “Adesso tocca agli altri” disse rovesciando in mare la cassetta, era entrato con tutti i piedi dentro l’acqua freddissima ma non importava poi molto. Ce l’avevano fatta.

John Lennon toccò il mare per primo. Si era sentito sollevare poi una mano lo aveva posato delicatamente sulla sabbia bagnata. Sentì l’odore del mare e della notte. Annaspò per un attimo nell’acqua bassa poi, sgranchendo le chele rattrappite, nuotò. Incontrò una piccola onda e ci si tuffò dentro. Vide dietro di sé Marianne, Paul e Ringo. Marianne era felice, nuotò a lungo in superficie poi si tuffò verso il fondale sabbioso. Paul e Ringo annasparono un po’ poi si tuffarono anche loro. Marina si avvicinò lentamente a Jack e lo prese per mano, “grazie” gli sussurrò e gli diede un piccolo bacio dietro un orecchio. Mario tiro fuori una bottiglia di vino e un cavatappi dallo zaino. L’autoradio troppo alta sparava una canzone degli    Interpool.

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Siria spostò il mouse sull’icona “salva” della barra degli strumenti di Word. Un beep impercettibile l’avvertì che la memoria del computer aveva immagazzinato il testo. Poi si accese una sigaretta. Aveva appena finito il suo racconto. L’indomani lo avrebbe stampato. Guardò l’ora: erano le quattro del mattino.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Astici 12

Paul e Ringo si ripresero pian piano. Mossero le chele rattrappite, aprirono gli occhi in mezzo al biancore del ghiaccio. Marianne e John erano vicini a loro, chela contro chela. “Pensavamo che non ce l’avreste fatta” disse Marianne, sguazzando nell’acqua sul fondo della cassetta. “Qui fa molto freddo, quella roba bianca deve essere ghiaccio. Quando fa molto freddo il mare diventa ghiaccio” spiegò Marianne. Paul spalancò gli occhi. “Siamo prigionieri in questa casa di ghiaccio”, disse. Marianne annuì. “Chissà dove è finito il mare…”. Ringo si tuffò in una pozza d’acqua. “Acqua dolce” disse piano. Marianne non lo sentiva era immersa nei ricordi. Pensava al mare sconfinato e alle notti di luna quando risaliva in superficie per specchiarsi nel biancore della luce lunare. Ricordava i fondali rossi di corallo, le sagome saettanti dei pesci e i morbidi anemoni da cui si lasciava accarezzare, il fruscio sempre uguale e sempre diverso delle onde e la sensazione di essere trasportata dalla corrente sino a quella maledetta notte quando la nassa nera li aveva inghiottiti tutti quanti, lei John, Paul Ringo e molti altri che non conosceva. La nassa galleggiava sulla superficie del mare, non l’aveva proprio vista e ci era finita dentro. Ricordava le voci e le ombre dei marinai e un lungo viaggio dentro una vasca. Poi un'altra vasca al buio, molti dei suoi amici erano morti là dentro senza la luce del sole e della luna. Ricordava l’agonia della sua amica Joan, l’aveva vista morire lentamente, la corazza rattrappita, le chele senza vita. Si riscosse. “Ragazzi dobbiamo trovare un modo per andarcene da qui e tornare al mare o moriremo tutti” disse. “E come?” rispose John sfiduciato. “Siamo sulla terra ferma, lontani mille miglia da casa”. “Fuori da questa cassetta non c’è il mare in cui nuotare, solo terra” aggiunse. Sentirono delle voci sopra di loro, il ragazzo che li aveva presi in mano quel pomeriggio sollevò la casetta. Il ghiaccio tintinnava. “Chissà dove ci portano” disse Paul e vide una grande luce che a lui sembrava quella della luna, ma molto più vicina e abbagliante. Poi sentì altre voci e la cassetta iniziò a muoversi, sentiva che erano di nuovo in viaggio. La luce cambio più volte, vide ombre di oggetti sconosciuti e altre luci.

Astici 11

La gente arrivò tutta insieme dopo le dieci, Jack stava sulla porta quando entrò Marina non la guardò in faccia per paura di arrossire, era una sua paura del cazzo, lo sapeva ma non poteva farci nulla. Quando Marina lo guardò a sua volta era rosso in volto, lei se ne accorse ma fece la vaga e gli diede un bacio su una guancia. Lui le offri un bicchiere di bourbon troppo pieno, lei rise e lo accettò. Marina gli aveva portato anche un regalo per i diciott’anni: un libro di foto di un artista, un graffitista americano, Keith Haring. Jack ringraziò, sempre troppo cortese in queste occasioni, un po’ ingessato. Li chiamava i doveri di padrone di casa e ci giocava un po’. Luca, Margherita e Salvo stavano in un angolo a fumare, con i portacenere e i bicchieri di vino. Margherita era già un po’ brilla e Luca raccontava un'altra storia, di quella volta che alla stazione di Spello lui e una sua amica avevano incontrato una specie di strega hippie. Margherita giocava con gli anellini della mano sinistra: “Secondo me la vostra strega era solo una vecchia fricchettona” disse ridendo.

“E cosa ci hai fatto col portafortuna che ti ha regalato?” chiedeva Salvo senza troppa convinzione.

“L’ho messo nella custodia della tessera dell’Atac che ho perso anni dopo”, ora Luca sembrava serio, quasi pensieroso. Salvo pensò che Luca sotto sotto era un coatto che credeva ancora ai maghi della televisione ma si limitò a rispondergli: “Davvero?”

Luca si mise a ridere e spiegò. “Era solo una stella di carta che la strega di Spello ha ritagliato dalla ricevuta fiscale della pizzeria dove avevamo cenato quella sera”.

“Però ci hai creduto” disse Margherita. 

“E’ che quella sera è successa un’altra cosa strana…” Luca si interruppe, Jack gli si era avvicinato con una tipa che non conosceva. “Lei è Marina, una nuova amica”. Si strinsero la mano. “La donna più bella della festa”, il pensiero di Luca vagò sulle altre ragazze sedute sui divani, in piedi al centro della stanza, appollaiate sui davanzali. “Decisamente sì” pensò.

 

Astici 10

Mario si fermò sotto il portone e citofonò a Jack. La madre gli disse che stava scendendo. Lo vide affacciarsi sulla porta con il giaccone scozzese. “Sto andando all’enoteca” disse. Mario lo accompagnò. Parlava e rideva, Jack era annoiato come al solito. “Ho litigato con mia madre perché ha detto che alla festa ci deve essere per forza qualcosa da mangiare”.

“Avete scazzato?” Mario non disse altro.

“In finale sì, perché lei non ha capito che questa è la mia festa”

“Ha fatto arrivare degli astici vivi dal ristorante di Cesare” Jack si fermò in mezzo al marciapiede a spiegare, agitava le mani. “Capisci? Degli astici vivi e li vuole cucinare”.

“Vivi?” Mario stava per dirgli che vedeva cadaveri di aragoste e astici tutti i giorni e che li cucinava anche, poi cambiò idea. “Ti ho portato del vino rosso dal ristorante” disse. Jack però non lo ascoltava più. Tornarono verso casa carichi di bottiglie. La madre di Jack era uscita, la donna di servizio aveva preparato degli antipasti. Mangiarono delle tartine. Mario mise un vecchio cd dei Genesis, si chiamava “Selling England by the pound” lo aveva scelto a caso nella collezione di dischi di Jack posando da intenditore senza esserlo. Alle nove telefonò Federico, disse che portava un paio di amici. Aspettavano le dieci Jack aveva conosciuto una tipa, una grande che andava spesso al ristorante dove andavano i suoi. “Si chiama Marina, “Una da paura” disse senza spiegare troppo. “L’ ho invitata stasera, ha detto che verrà”. Si era messo una maglietta pulita nera con un disegno tribale e una specie di gel nei capelli per pettinarli. Mario scoprì quasi subito la cassetta con gli astici sul lavandino della cucina, andò a vederli più volte, vide che John e Marianne erano ancora vivi. Li fecero rinvenire con un altro getto d’acqua. Jack trovava che Marianne fosse bellissima. La accarezzò più volte. Fecero delle foto con la fotocamera digitale, così per cazzeggiare, Jack con Marianne Faithful in mano, Mario con John Lennon in testa.

astici 9

Marina si allacciò l’abito nero davanti allo specchio. Quando l’auto blu l’aveva riaccompagnata a casa verso le quattro aveva detto a Valerio che quella sera aveva un impegno. Aveva glissato sul resto. Temeva un commento caustico del genere:”Vai ad una festa di pischelli”. I soliti commenti di Valerio. Li conosceva troppo bene. Eppure quella sera era decisa a divertirsi anche senza di lui o forse proprio per questo. Si guardò con severità nello specchio. Il vestito stretto di velluto la invecchiava, dimostrava indubbiamente più dei suoi 24 anni. Pensò all’invito di Jack, una telefonata timidissima. Sapeva di piacergli un po’ ma lei cosa pensava di lui? Preferiva non fare congetture e poi c’era Valerio. Si sfilò il vestito, dopotutto la invecchiava un po’ troppo. Indossò un paio di jeans e una maglietta attillata e cercò un rimmel nero nella bustina dei trucchi. La festa era per le dieci ma prima sarebbe passata a prendere un’amica. Intinse il pennellino del rimmel nel tubetto e accostò il viso allo specchio, l’idea di Valerio la infastidiva ancora. Ripensò alla sua freddezza controllata, alla sue battute caustiche. “Non è colpa mia se gli nascondo le cose” si disse mentre spennellava le ciglia dell’occhio destro.

domenica 17 settembre 2006

Astici 8

“Gli astici sono piccolo borghesi e non li voglio”. Jack iniziò ad urlare. La madre dall’altra parte della cucina sollevò una padella come per minacciarlo e poi lo apostrofò:”Non fare il ragazzino è la cena dei tuoi diciotto anni”.

“Non è una cena, è una festa e io voglio solo alcool” disse Jack infilandosi il giaccone.

“Fai come vuoi” mormorò sua madre.

“Vado all’enoteca” disse Jack e uscì. Valeria posò la padella sul lavandino e guardò sconsolata la cassetta di aragoste e astici che aveva fatto venire dal ristorante di Cesare: il ghiaccio si stava già sciogliendo. Notò che un paio di astici ancora vivi. Li bagnò d’acqua con il gesto del serial killer che prolunghi l’agonia della sua vittima.

 John Lennon sentì l’acqua gelata colargli lungo il collo e sulla schiena, provò una specie di refrigerio e si guardò intorno, gli occhietti neri abbacinati dal biancore di tutto quel ghiaccio. Provò ad articolare le chele, respirava a fatica. Ora vedeva di nuovo la luce. Si guardò intorno. Prima vide soltanto il chiarore e tutto quel ghiaccio tritato, sapeva di acqua ma non era il mare che conosceva poi si accorse di uno scolapiatti di alluminio che lo sovrastava, dall’alto: c’erano dei bicchieri, delle tazze azzurre e un paio di forchette. Oggetti che aveva visto al ristorante. “Si riposano qui” pensò. Guardò le pareti della cassetta di polistirolo e il ghiaccio. “Un altro acquario a cielo aperto”. Questa volta l’acqua arrivava dall’alto, un getto gelido colava da un oggetto strano: un tubo ritorto con sopra una specie di stella marina di metallo. La mano di una donna aveva sfiorato la stella e la pioggia era scesa su di loro. Tramortito provò a muoversi. Marianne Faithful accanto a lui sembrava ancora viva. Ne vedeva la corazza arancione, compatta in mezzo al ghiaccio, palpitare flebilmente. Paul e Ringo sembravano morti a pancia in su, le chele contratte nel rigore della morte. Sfiorò con una chela la pancia rosacea di Ringo poi lo chiamò inutilmente. Marianne mormorava qualcosa. John sentì che si stava riprendendo anche lei. Non che gli fosse molto simpatica, Marianne, ma nell’acquario del ristorante avevano preso confidenza. A volte Marianne gli raccontava delle storie, del loro mare perlopiù e di quella volta che si era salvata, di come era sfuggita ad una nassa rotta ed era tornata a casa tra le onde.

Astici 7

La piazza era piena di gente, due operai arrampicati su una struttura di tubi Innocenti stavano finendo di montare il palco. Qualcuno aveva abbandonato una bottiglia della Ferrarelle vuota su una delle sedie in plastica proprio accanto alla giacca di Salvo. E lui Salvo aspettava Luca e una sua amica in piedi accanto all’ultima fila di sedie. Stava per piovere. Poi qualcuno iniziò ad accendere le luci, apparvero le prime bandiere colorate e il banchetto per la raccolta delle firme. C’era una signora con un viso che a Salvo ricordava sua zia di Milano, quella che abbinava per forza due giri di perle ai jeans presi dall’armadio di sua cugina Silvia. “Che desolazione”, pensò. Poi vide Luca vicino alla fontana centrale. Era con un ragazza alta che indossava una giacca di lana scura. Luca rideva per qualcosa e la ragazza giocava con i capelli, lunghi sul collo. Non lo avevano visto.

-“Scusi la giacca è sua?” Una ragazza lo apostrofò. Volevano sedersi lei e un’amica. Salvo notò che erano grasse e scortesi. “Me ne sto andando”, attraversò la piazza mentre il primo oratore saliva sul palco. Senti uno scroscio di applausi da lontano. Raggiunse Luca.

“Io sono Margherita”, la ragazza gli tese una mano grassoccia carica di anellini d’argento. “Noi abbiamo messo la firma” Luca gli spiegava della petizione, del banchetto, della signora che raccoglieva le firme. Intanto il vento gonfiava le bandiere, qualcuno aveva buttato per terra la bottiglia di plastica che ora giaceva tra i piedi di due vecchi. Salvo guardava la bottiglia e gli anellini di Margherita, poi gli amici, li aveva invitati tutti e due, così senza convinzione, alla festa di Jack quella sera. Sapeva già che sarebbe arrivato troppo presto e che sarebbe tornato a casa sbronzo in scooter come sempre. L’ultima volta aveva anche dato di stomaco in un anfratto vicino alla Bocca della Verità. Ora Margherita giocava con gli anellini d’argento della mano destra, Salvo annuiva ogni tanto, Luca come sempre raccontava una storia. Quando iniziò a piovere si ripararono in un caffè e sulla piazza comparvero gli ombrelli. Ora sul palco una donna dall’aria rassicurante si riparava la testa con un impermeabile di plastica usato come un mantello. La gente applaudiva e rideva sotto la pioggia. Erano quasi le sei del pomeriggio.

Astici 6

Giovanni piegò delicatamente la toga facendo attenzione che i fili delle nappe argentate non si intrecciassero troppo e la ripose con cura materna nel bagagliaio della macchina. Il suo sguardo sfiorò distrattamente il quadrante dell’orologio: “Quasi le tre” , pensò. “Spero che Anna mi abbia aspettato”. Uscì lentamente con l’auto dal parcheggio del tribunale, il carabiniere giovane all’uscita si portò istintivamente la mano al cappello. Ora era nel traffico di piazzale Clodio. Infilò una cassetta dei Dire Straits nell’autoradio e si accese una MS Mild. La chitarra di Mark Knopfler lo accompagnò sino al semaforo di Ponte Milvio. Qui una zingara bussò con insistenza al finestrino della vecchia Audi. Giovanni glissò imbarazzato il suo sguardo e alzò il volume canticchiando piano: “Love over gold, and mind over matter…”. Le tre e un quarto. Respinse il pensiero della sua bambina che in quel momento stava uscendo dall’asilo, di solito andava a prenderla di persona. “Oggi ci sta pensando Madleine” si disse e non aggiunse un “e la pago per questo”, perché in fondo era un ragazzo padre e un uomo di sinistra. Al verde ripartì, su un assolo di chitarra che lo accompagnò sino al bivio: da una parte c’è la strada che si dirige verso il fiume e lo costeggia dall’altra uno svincolo, quasi autostradale, e il solito cartellone che promuove una svendita di mobili. Giovanni andò in quella direzione, superò la pubblicità dell’agente segreto in smoking che prometteva sconti abbracciato ad una bionda vestita di rosso e imboccò la salita che portava verso la collina. Ogni volta che arrivava quel punto della strada si sentiva un po’ a casa allora rallentava e accendeva un'altra sigaretta. Scalando la marcia l’occhio gli cadde su un titolo di uno dei giornali impilati sul sedile del passeggero. La prima pagina rosa di un quotidiano finanziario e una scritta nera: “Inflazione al 2,8 per cento nelle città campione”. Sfogliò la pila di giornali con la mano destra, ora libera dal cambio. “E i rincari dovuti all’euro?” si disse e notò una piccola sbavatura nell’inchiostro dell’immagine a piè di pagina del Messaggero. Un’altra bionda che questa volta pubblicizzava. una nuova fotocopiatrice. Un altro abito rosso. Salito quasi alla cima parcheggiò l’auto sotto un pino, nei pressi di uno di quei condomini di lusso, venuti su come funghi negli anni settanta, quasi invisibili dietro una cortina di verde che lascia presagire un benessere discreto. In ascensore si aggiustò la cravatta più volte, di fronte allo specchio dalla luce giallognola poi, sicuro, cercò in tasca le chiavi dell’appartamento.

Anna era già lì, seduta sul letto, i piedi sulla sovraccoperta di raso. La luce del pomeriggio, filtrata da una tenda colorata, accendeva di bagliori rossastri i suoi capelli chiari. “Sei arrivata da molto?”, le sfiorò i capelli con una carezza timida. La vide sottrarsi.

“Sono incazzata” esordì lei senza preamboli. Poi gli sorrise. “Aiutami con la lampo per favore”. Giovanni l’aiutò a slacciarsi il vestito e glielo sfilò delicatamente dalle spalle poi le sganciò il reggiseno e le solleticò la nuca con un bacio. La voce di lei ritrovò una specie di dolcezza sfinita. “Gli astici e le aragoste di Augusto” mormorò mentre lui le sfiorava il seno con la lingua. “Tutti morti” aggiunse.

“Il veterinario ha detto che avremmo dovuto mettere delle lampade alogene in cantina per simulare la luce ed il calore del sole” raccontò Anna. Giovanni sogghignò, le prese un capezzolo tra le dita e lo strinse piano. “Tuo marito in fondo è un sognatore”, ridacchiò.

“Augusto è un ragazzino viziato” si schermì lei. “Ho ancora la puzza di pesce marcio nel naso”, aggiunse abbracciandolo.

Giovanni sentì l’odore della pelle di Anna, la immaginò in vestaglia di fronte alla grande vasca di cristallo e tufo che lei gli aveva descritto. Arrabbiata, come l’aveva vista qualche volta. Pensò a Augusto X, affranto, chino sui cadaveri delle sue aragoste. “Tuo marito in fondo è un gangster”, pensò ma non glielo disse per non ferirla e perché in quel momento lei gli sembrava così indifesa e così dolce.

Quando uscì dall’appartamento Giovanni trovò il parabrezza dell’auto pieno di resina. Non provò nemmeno a ripulirlo. Salì in macchina e guidò piano sino a casa.     

Astici 5

Erano circa le tre del pomeriggio quando Mario iniziò ad accumulare i piatti pieni di avanzi sul lavandino di servizio. Aziz versava mano a mano, gli scarti nella pattumiera.

“Fermò là" - disse il cuoco togliendogli un piatto di mano -

“Questo è ancora bbono”aggiunse ed afferrò con due dita un piccolo astice grigliato ma intatto e lo ributtò nella grande padella di rame. Aziz ripescò un mozzicone di sigaretta confuso tra gli altri avanzi ma non disse nulla e vuotò il piatto nella spazzatura, una goccia d’olio schizzò sulle sue Reebook nuove.

“Le spoglie mortali dell’astice Jimi Hendrix riposano ora accanto a mozziconi di sigaretta e spaghetti al sugo nella pattumiera del ristorante ‘Da Cesare’. Nessuno ha avuto la pietà di rivolgergli un’orazione funebre prima del commiato. Vivisezionato nella sala di un ristorante Jimi se né andato così, senza poter fiatare. Le parti tenere del suo corpo sono state masticate ingerite, forse già digerite. La corazza è solo un lacerto in una pattumiera”. Questo potrebbe essere il necrologio di Jimi se qualcuno avesse avuto la briga di scriverlo, ma così non è stato.

“Per fortuna il turno è finito” pensò Aziz, mentre cercava di far partire il vecchio SI Piaggio, nel vicolo dietro al ristorante. Con la coda dell’occhio vide Mario uscire dalla porta di servizio. I pantaloni da cameriere e la camicia candida avevano lasciato il posto ad un paio di jeans e ad una maglietta. Aziz lesse in un lampo la scritta “Emergency” ma non ci fece caso. Il motorino finalmente partì e Aziz fece ciao con una mano alla schiena di Mario che si avviava a piedi lungo il vicolo con uno zaino Invicta sulle spalle.

Astici 4

I quattro piatti attraversarono la sala, glissarono abili una colonna e planarono delicatamente sul tavolo 12 accanto ad una bottiglia di bianco della penisola salentina.

Una forchetta indugiò su una vongola dischiusa, schivando una foglia di prezzemolo ne punse senza convinzione le carni bluastre mentre una goccia d’olio colava sui rebbi lucenti. Svogliata staccò la vongola dal suo alveo di conchiglia con un lieve strappo e la sollevò a mezz’aria tra il piatto e la bocca di Valerio. “Questa pasta è veramente ottima” disse l’uomo quasi tra sé e sé e si asciugò i baffi con un gesto troppo nervoso che agli occhi di un osservatore attento non riusciva a nascondere il fastidio di dover ammettere la propria debolezza per la buona cucina dietro un’inappetenza di facciata. “Occorre pensare ad un riformismo ragionevole” continuò Valerio, rivolgendosi al giovane uomo seduto alla sua sinistra.

“Riformiamo questa sinistra, sempre la solita” aggiunse.

Marina annuì e spezzò un grissino, “Sempre sconfitta vorrai dire”, malignò tra sé e sé.

“Ancora un po’ di vino mia cara?”. La sollecitudine fredda di Valerio la irritò. A salvarla arrivò, provvido, il trillo del cellulare.

“Il telefonino a tavola, mia cara, te l’ ho sempre detto”. Valerio interruppe per un attimo il suo ragionare pacato . Quel “mia cara”, reiterato, un intercalare stanco, sempre uguale, aleggiò a mezz’aria e tradì solo per un attimo l’accento di quand’era bambino. Ma Marina già frugava nervosa nella piccola borsa Prada e, schivata la solita obiezione ragionevole, si rifugiava dietro una colonna in gesso per rispondere al telefono. Sfiorò senza vederli i finti tralci d’uva che adornavano il suo rifugio e dischiuse il telefonino a conchiglia. Anche quello un regalo di Valerio. Per un attimo ebbe la chiara percezione di sé, incerta sui tacchi troppo alti, l’abito in seta a fiori, spiegazzato, la borsina alla moda e tutto il resto, mentre confabulava dietro una colonna del ristorante. La porta si aprì alle sue spalle. “Altri due spaghetti allo scojio al tavolo sette e la grigliata al 12” gridò il cuoco dalle cucine. Mario il cameriere attraversò rapido il campo visivo di Marina che notò con disgusto il grembiule macchiato. “Ha ragione Valerio, questo posto non è più quello di una volta”, il pensiero la sfiorò per un attimo in una pausa della conversazione, poi se ne vergognò mentre indugiava con lo sguardo sulle natiche tornite del ragazzo. “In fondo siamo a Campo dei Fiori”, si disse, tornando al tavolo.

“La nostra Marina è una donna molto indaffarata” disse Valerio, carezzevole.

“Paga il prezzo di questi tempi”, aggiunse pensieroso.

Marina si sedette e accavallò le gambe abbronzate. In quel momento sua madre, maestra in una scuola elementare del centro nord, avrebbe potuto leggerle nello sguardo quello che, con un’immagine abusata, chiameremo “un piccolo lampo di trionfo”.

“Scuse ottenute” pensò Marina.

“A modo suo” si disse spiegando il tovagliolo. La pasta si era raffreddata nel piatto. Valerio mangiava una grigliata mista di mare, il segretario una scaloppina al marsala. Marina si accese una Marlboro light e compose le posate sul piatto..

Adesso Valerio stava vivisezionando un piccolo astice, con delicatezza, e non poteva sapere che il suo fratello gemello, Paco, ancora vivo, lo stava guardando con neri occhietti di spillo, attraverso le pareti liquide dell’acquario del ristorante.

Astici 3

Aziz finì di impilare le casse di plastica rossa con la scritta “Egeria” un po’ cancellata, poi si sedette in un angolo del retrocucina e si rollò una canna con delicatezza.

-         “Mario vuoi fumare?”, chiese.

L’altro ragazzo attraversò la stanza e si pulì le mani nel grembiule da cameriere:”Damme n’ tiro”.

Aspirò lentamente. “Sai chi c’ è di là?”, indicò la porta della sala. “Quel politico, come si chiama...”.

Aziz lo conosceva di nome, ma fece finta di niente, ridacchiò e si riprese la sigaretta.

- “Va’ che devo portare i primi al tavolo 12”. Mario si rimise in moto con lo sguardo un po’ fatto.

-         “Spaghetti allo scojio”.

-          Aprì con un abile colpo d’anca la porta della sala, quattro piatti in equilibrio instabile sulle braccia e nelle mani. Il cuoco sorvegliava la scena da dietro il bancone dei fornelli. Mario evitò il suo sguardo ed entrò nella sala. Aziz aspirò ancora dal mozzicone, piccole boccate voluttuose, un filo di fumo azzurrognolo. “Damme una boccata pure a me” disse il cuoco.

-         “Se me vedesse mi mojie a fumà con ‘sti zozzoni” bofonchio tra sé e sé e si sedette su una cassa di minerale.

-         -“Quello stronzo è entrato in sala con il grembiule di cucina” disse il cuoco.

giovedì 14 settembre 2006

Astici - seconda puntata

L’avvocato si chinò sulla vasca. Fece attenzione a non bagnarsi i polsini della camicia poi sfiorò con la punta di un dito una chela dell’astice e la prese delicatamente tra il pollice e l’indice, fece forza e provò a sollevare l’animale che galleggiava sul pelo dell’acqua. Un senso di ribrezzo lo costrinse a lasciarlo ricadere. Piccole gocce d’acqua rigarono il vetro del suo cronometro di precisione.

- “Agostino”, l’avvocato sentì la propria voce gridare nella stanza. Il tono era quello imperioso di chi è abituato a non ripetere due volte una richiesta, un comando. Questa volta era un comando e già Agostino abbandonava le sue occupazioni si affrettava a raggiungere la scala che dall’atrio porta alle cantine.

- “Agostino le bbestie sono tutte morte” urlò l’avvocato. Stizzito attraversò la stanza e imboccò le scale.

-“Piezz’e fetente…Agostino piezz’emmerda”, ripeteva e il dialetto della sua infanzia aveva già preso il posto dell’italiano forbito e un po’ controllato che usava con i clienti e con le persone che una volta si definivano “di riguardo”: ministri amici, industrialotti della provincia, matrone della nobiltà nera. Al sottobosco ministeriale che affollava le sue feste e che faceva anticamera sulle poltrone del suo studio riservava invece qualche perla del suo napoletano, senza trascurare qualcuna delle battute asprigne che gli avevano guadagnato la fama di uomo intelligente e spiritoso.

Nell’atrio incontrò sua moglie in vestaglia, ancora avvolta nelle brume dolci del sonno. “Augusto sai che non sopporto queste volgarità, prima di colazione poi...”. Sua moglie aveva sentito tutto e come sempre riuscì ad ammansirlo per un istante.

“Le aragoste sono tutte morte”, cercò di spiegare Augusto e già la voce gli tremava un po’, poi indicò la porta della scala che scendeva in cantina.

Anna si lasciò guidare svogliatamente giù per i gradini, incespicando un po’ nelle pantofole da notte. L’odore di morte la paralizzò sulla soglia.

-“Augù ma che è ‘sto schifo?”

Anna si portò istintivamente una mano alla bocca. Una macchia arancione e rosa galleggiava sul pelo dell’acqua che riempiva la grande vasca circolare semi-interrata. Solo dopo qualche secondo capì che erano i cadaveri delle aragoste e degli astici e riuscì a distinguerli, in un intrico di chele e antenne.

-“Fa’ immediatamente portar via quella schifezza da casa nostra”. Anna sottolineò la parola “nostra” con una specie di orgoglio contadino e sentì montare dentro di sé una rabbia furiosa verso Augusto. -“Chiama Agostino, chiama chi vuoi” urlò, fece dietro front e salì rapida le scale.

Augusto avvertì il frusciare della vestaglia, il ticchettio delle ciabattine da notte, non disse nulla. Si accasciò sull’orlo della vasca, e sfiorò ancora una volta la corazza di uno degli animali. Per un attimo provò un senso di prostrazione, di sconfitta e cercò di ricacciare quella punta di malinconia che ogni tanto veniva a galla. “Non sono decisamente un uomo abituato alle sconfitte” si disse, ripensando al suo progetto: la vasca, disegnata da uno dei migliori architetti della città, le aragoste, gli astici, arrivati vivi dalla Sardegna con l’aereo personale di uno dei suoi amici e infine un uomo di fiducia pagato appositamente per accudire l’allevamento. Evidentemente qualcosa non aveva funzionato. Si guardò i polsini oramai zuppi. In quel momento Agostino si affacciò sulla porta e capì in un lampo cosa era accaduto.

-“dotto’ sono costernato…”-

Augusto ascoltava le spiegazioni di Agostino senza capire. 

- “Lo sai che hai perso il posto vero?” gli urlò in faccia e aggiunse, più pacato: “Però adesso, porta via questo schifo, và”.

-         “E che ce faccio dottò le butto al cassonetto?”

Agostino sembrava perplesso. “Ma no idiota, vendile a qualche ristorante”, disse l’avvocato,

 Ora sovrappensiero. “Prova da Cesare, l’amico mio”, aggiunse.

 

Astici - prima puntata

ASTICI

 Siria accese il computer, mentre Windows si avviava cercò l’accendino nella borsa. Poi cambio idea e prese un rotolo di Mentos. Aveva mangiato troppo a cena. Giorgio dall’altra parte della stanza riscriveva la sua traduzione. Siria notò che indossava una giacca troppo grande, le mani emergevano a fatica dalle maniche e la cravatta era storta. Provò a dirglielo, ma lui non la sentiva, aveva una cuffia in testa e parlottava da solo. Cliccò sull’icona di Word. Pagina bianca. Guardò i lanci d’agenzia che le avevano stampato dalla redazione. Sottolineò qualcosa con l’evidenziatore atossico che aveva preso da Ikea. Indecisa sottolineò ancora. La storia che aveva raccontato Giovanni a cena le ronzava in testa. “Un mio amico mi ha rivelato che l’avvocato Augusto X ha provato ad allevare delle aragoste negli scantinati di palazzo…”. Il nome del palazzo davvero non se lo ricordava. La storia però era divertente. Si ripromise di scriverci sopra qualcosa, magari un racconto, doveva ancora iniziare il suo compito per l’esame di scrittura creativa. Due volte a settimana saliva le scale buie di un palazzone del quartiere Ostiense e si infilava nella porta anonima di un appartamento. Era il suo piccolo segreto. Un corso di scrittura rubato allo scrivere per lavoro che le veniva oramai troppo facile e le risultava un po’ arido. La storia delle aragoste, o erano astici, - e qual era poi la differenza?- la intrigava. Una storia piena di colori: arancione, rosa acceso. Giovanni poi è una fonte sicura, figurarsi che è un magistrato, uno tutto di un pezzo. “Uno di sinistra, all’antica”. Siria immaginava già il racconto e giocherellava con il suo evidenziatore. Giorgio borbottava al telefono con un collaboratore esterno. L’avvocato X era molto conosciuto in città per via delle sue frequentazioni politiche e per le feste nel suo palazzo. Siria pensò: "Mi piacerebbe andare ad una festa, ho quel vestito nero preso l’anno scorso”. Si allontanò per un attimo dal cono di luce azzurrognola del monitor e guardò Giorgio che gesticolava al telefono.

poesia 6

Il dio dei poeti e quello degli anacoreti

I secondi, invero, evocati per basse ragioni di rima

L’Altissimo delle maestre elementari

Postulato ultimo dell’inspiegabile e dell’inspiegato

mandato a memoria senza troppa convinzione

quando pensavo che Roma finisse oltre il ponte dietro casa

Il dio evocato - per negarne il predicato dell’esistenza -

Dal nominalismo sbruffone dei miei 15 anni

Il dio ritrovato e perso molte volte

Cui affido i miei cari con troppa noncuranza.

.

Cosa hanno in comune con l’agile Mercurio

patrono dei ladri notturni e dei faccendieri?

mercoledì 13 settembre 2006

Da Ossi di Seppia 1920 - 1927

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con terrore ubriaco

 

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

Alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto

Tra gli uomini che non si voltano col mio segreto.

 

Eugenio Montale, Ossi di Seppia, 1920 - 1927

sabato 9 settembre 2006

Pensieri d'inchiostro

Qualche mese fa ho mandato un mio racconto al premio letterario 'Pensieri d'inchiostro'  organizzato da Perrone editore. L'altro ieri mi hanno telefonato dalla casa editrice per annunciarmi che il mio racconto 'una notte d'inverno del '43' è stato incluso nell'antologia del premio (anche se non sono tra i finalisti). La premiazione e la presentazione dell'antologia si svolgeranno al Lettere Caffe' a via San Francesco a Ripa (Trastevere) venerdì 27 settembre. Non nascondo che sono molto contenta di questa cosa anche se come al solito rileggendo il racconto stasera dopo molti mesi l'ho trovato orribile o comunque forse oggi lo riscriverei diversamente. Sicuramente lascerei la neve. Ho scritto un racconto ambientato d'inverno sull'Appennino modenese (dove sono stata tantissimi anni fa). Ho immaginato un episodio della guerra partigiana, l'assalto ad un carico di armi su una strada montagna poi però la storia prende tutta un'altra piega come succede di solito nei miei racconti. Non ho propriamente scritto una storia di guerra, anche se all'inizio sembrerebbe tale attraverso le parole dell'io narrante, un ex partigiano ormai a riposo che gestisce un'osteria in montagna; ho avuto l'ambizione di introdurre nel racconto un elemento soprannaturale anche se il lettore si accorge di aver letto una ghost story solo nelle ultime righe...Chiederò il permesso all'editore di riportare almeno l'incipit del racconto in questo blog, del resto avrò modo di parlane ancora. 

Bloody Rainbow

Stasera sono andata alla presentazione del nuovo libro di Alda Teodorani, Bloody Rainbow alla festa di Liberazione a Piramide. A parte il fatto che ho rischiato di non arrivarci perche' ho sbagliato festa trascinando un amico ignaro alla festa di Rinascita alla basilica di San Paolo devo dire che la serata è stata molto carina. Alla presentazione sono intervenuti Alda (naturalente!) e lo scrittore e poeta Antonio Veneziani. Si parlato del romanzo di genere e di come l'opera di Alda vada oltre il genere horror di cui pure è una maestra. Dopo la presentazione ho trascinato il mio amico al mio solito pub dietro piazza Risorgimento (Saxophone pub). Sin qui la serata. Il libro di Alda mi tiene compagnia da quest'estate. Devo dire che sono molto legata al racconto 'Piccole annotazioni per un amore impossibile' (da cui l'omonimo cortometraggio di Gianni Catani) Il racconto parla dell'amore impossibile di una ragazzina per un cantante e mi ha riportato alle emozioni e ai discorsi di quando ero adolescente. Non rivelo il finale ma come sempre nei racconti di Alda non mancano le emozioni autentiche.

giovedì 7 settembre 2006

Senza titolo 1

Ho appena postato la mia prima foto sul Blog è un'immagine delle Sposa Ebrea di Rembrandt. Una riproduzione di questo quadro mi ha accompagnata per tanti anni. L'ho lasciata nella casa di San Giovanni. Questo quadro rappresenta per me l'immagine della coppia ideale. Lei e lui circondati dal reciproco affetto. Una luce dorata illumina i due personaggi dalle vesti sfarzose che si stagliano su uno sfondo scuro, con tutta probabilità i due sono una coppia di agiati mercanti. Lo sposo posa la mano sul seno della sposa forse a significare una prossima nascita, chissà... Leggo nel mio libro su Rembrandt (J. Bolten, H. Bolten Rempt, Rembrandt) che nell'ottocento il quadro ha ricevuto molteplici interpretazioni e la coppia è stata identificata con diverse coppie bibliche resta quindi il mistero su questi due personaggi. Il dipinto è visibile ad Amsterdam al Rijksmuseum.

mercoledì 6 settembre 2006

L'albero del male di Marco Mushroom

"Il tronco  pallido dell'albero malvagio si ergeva al centro di uno stretto circolo di funghi azzurri; la corteccia non era liscia e dura come quella dei comuni salici, ma morbida come carne e venata da longilinee e sinuose escrescenze, simili a vene varicose, che si intrecciavano l'una con l'altra delineando ad un certo punto un viso camuso dai tratti rudi, inumani. Gli occhi, socchiusi e dal taglio sottile, lasciavano modo di scorgere la sclera rossa e le pupille verticali e nere. La bocca, serrata in un ghigno di eterno dolore, mostrava un filo di zanne - altro non erano che spine, visto il colore verdastro - acuminate ed affilate come daghe. I rami del salice ricadevano numerosi dando l'idea di una folta capigliatura. Le foglie non erano verdi ma corvine e le nervature di un blu fosforescente..." Da 'I fanatici del rancore' di Marco Mushroom

I fanatici del rancore

Stanotte mi sta andando tutto storto, la connessione a internet va e viene (maledetta ADSL) e la tastiera del computer fa cilecca. Mi scuso sin d'ora se in questo post mancheranno delle emme e forse delle t.


Oggi parliamo di Marco Mushroom non soltanto perché è un mio amico ma perché è un bravissimo scrittore. Il genere è il fantasy con venature horror. Il suo romanzo d'esordio 'I fanatici del rancore' è stato pubblicato un paio di mesi fa da una piccola e agguerrita casa editrice di Perugia la Midgard. Impossibile riassumere la trama del romanzo: a prima vista si tratterebbe dell'eterna lotta tra il bene e il male, ma un lettore più attento presto si avvede che Marco spesso fa soccombere quelli che almeno in apparenza sono i buoni o almeno i personaggi che appaiono più indifesi. Altre volte gli eroi si rivelano di un cinismo e di una crudeltà senza pari a differenza di molti personaggi di romanzi fantasy  che sono troppo sovente descritti un po' sbrigativamente come solo buoni o solo malvagi. Mi piacerebbe riportare qualche passaggio del romanzo (chiederò il permesso all'autore). Io sono particolarente affezionata alla descrizione dell'Albero del Male un misterioso salice dai poteri malefici che l'abile penna di Marco descrive con fattezze quasi umane. Non rivelo nient'altro.......


Marco Mushroom, I fanatici del rancore, I edizione, Midgard editore, Perugia 2006, 9 Euro


Volevo postare sul sito la copertina del libro ma mi devo ancora registrare su Splinder per postare le foto cmq la potete vedere su www.marcomushroom.it e in un prossimo post


 


 

lunedì 4 settembre 2006

commenti 2

Il racconto 'Nonnina' è ispirato ad uno spot pubblicitario di una nota marca di surgelati che girava in TV qualche mese fa. Insopportabilente buonista come quasi tutti gli spot italiani. Io mi sono divertita a ricostruire il prima della scena che si vede in TV...........Originariamente conteneva anche il marchio del prodotto ma mi hanno detto che associare prodotti o marchi a situazioni negative potrebbe causare non pochi guai...Il racconto non è del tutto inedito in quanto l'ho portato all'esame del mio corso di scrittura creativa ma tant'è.........

Commento sui commenti

Ho ricevuto i primi commenti ai post su questo blog. Mi fa molto piacere e vengo subito a rispondervi. Innanzitutto una precisazione, le poesie sono abbastanza vecchie le ho scritte quando abitavo a San Giovanni, chi mi conosce avrà riconosciuto la mia finestra su piazza di villa Fiorelli con vista sul bar pasticceria di cui rimpiango i cornetti buonissimi. Quanto al racconto Nonnina lo giuro non ho mai massacrato un pargolo in vita mia...suvvia non identificate l'autore con il personaggio, dicendo questo forse secondo qualcuno entro in contraddizione con quanto scritto nel primo post quando dicevo che 'io sono i miei personaggi' ma non è così. Quando affermo che i miei personaggi mi appartengono intendo dire che li ho creati io ma non più banalmente che io e loro si facciano le stesse cose. Ho in programma di pubblicare prossimamente una storia di vampiri ambientata a Roma non venite a chiedermi per favore se mordo la gente sul collo..............Tornando alle poesie: la poesia per M è dedicata a un amico che non vedo da tempo e si riferisce ad una nostra conversazione di allora, l'argomento credo sia abbastanza riconoscibile. La poesia ad EM è un indegno omaggio ad Eugenio Montale, la poesia peraltro trabocca di citazioni (forse rileggendola pure troppe) quindi mi pare abbastanza riconoscibile.............


un saluto e grazie per l'attenzione