domenica 11 novembre 2007

Racconto - 3

Pubblico qui di seguito l'inizio di un racconto mai completato che ho trovato casualmente in un floppy disk del 1999 (non me lo ricordavo più!). Non è detto che io non lo finisca nei prossimi giorni.  



E’ notte, sento sotto le dita la lieve concavità dei tasti del computer che pigio ormai meccanicamente, la stanchezza affatica le mie membra ma devo continuare a scrivere. La  testimonianza dei fatti che verrò a raccontare è affidata ad un dischetto che spero di riuscire a mettere in salvo prima che questa storia sia finita.


Mi chiamo Ruggero Forte, sono medico condotto nel paese di KK. Vivo in un villino alle porte del villaggio con mia moglie Amina. Sino a pochi giorni or sono la nostra vita seguiva i ritmi placidi della gente di qui. Io accudivo i pochi pazienti per lo più anziani, mia moglie curava il mio ambulatorio e il piccolo laboratorio di analisi annesso. Nei giorni di festa facevamo lunghe passeggiate nei boschi che circondano il paese, alla ricerca di funghi e di erbe medicinali, oppure ci intrattenevamo con il mio amico Giovanni, il notaio del paese, in lunghe partite di backgammon.


L’ arrivo qualche mese or sono, di una troupe cinematografica che doveva filmare la rocca del paese per l’ ambientazione di un film di avventura non aveva sconvolto più di tanto la vita della nostra comunità. Dopo qualche tempo nessuno aveva fatto più caso ai due grossi camion posteggiati fuori dal paese o alle facce di forestieri all’ osteria sulla piazza. Io stesso del resto avevo fatto amicizia con un paio di stranieri, che mi avevano accompagnato più volte nelle mie solite passeggiate. In particolare mi ero molto legato a Daniele David, un giovane operatore, appassionato come me di bird watching. Un mattino ci eravamo avventurati nel bosco di Prato Vecchio con l’ intenzione di filmare con una telecamera il pettirosso grigio che nidificava in quella stagione; avevamo con noi la colazione preparata da mia moglie e la strumentazione adatta al nostro intento. Il giorno era radioso, la luce del sole filtrava copiosa tra i rami degli alberi, faceva brillare i fili d’ erba ancora umidi per la rugiada della notte. DD chiacchierava allegramente,  raccontava delle attrici che aveva conosciuto sui set dei vari film cui aveva lavorato, quando all’ improvviso in una piccola radura, accanto al fiume, scorgemmo una larga chiazza luminosa e rossa, che riluceva nell’ erba. DD era corso in avanti verso la macchia, ma si era poi paralizzato a pochi metri da essa. Il prato davanti a noi era imbrattato di sangue, come se qualcuno avesse macellato un bue o un altro grosso animale. Tracce di sangue, anche se meno evidenti, apparivano anche sui tronchi degli alberi e sui sassi del torrente. Presto scoprimmo con orrore che il sangue sgorgava dal sottosuolo, come da una piccola sorgente, da una polla. La curiosità per quello strano fenomeno aveva vinto la mia paura: presi a smuovere la terra in prossimità della fonte con un grosso bastone, pensando che un animale ferito si fosse nascosto sotto il terriccio e le foglie secche, nel mentre Daniele filmava la scena.


Il terriccio era imbevuto di liquido rossastro, misto a foglie secche e sassi, il sangue ad un certo punto aveva cessato di sgorgare, non trovai però alcun animale ferito.


Quando tornammo in paese raccontai la nostra avventura: il carabiniere promise un sopralluogo per il mattino dopo, quella notte del resto venne un grosso temporale e credo che l’ indomani del sangue non fosse rimasta alcuna traccia.


Altri viandanti notarono però nei giorni successivi lo stesso fenomeno in più punti del bosco. Si organizzarono spedizioni, campioni di sangue vennero portati ad analizzare nel mio laboratorio. La gente diceva che il bosco sanguinava. Le analisi diedero come risultato che si trattava di plasma umano, appartenente ad un individuo di sesso maschile. Vennero esperti dalla lontana città di JK e un paio di troupe televisive a filmare l’ avvenimento, poi il fenomeno cessò così come era iniziato, ma una strana inquietudine aveva colto il paese, nessuno si avventurava più volentieri lungo i sentieri del bosco per passeggiare, le erbacce e gli animali selvatici la facevano da padrone. Qualcuno iniziò a favoleggiare di streghe e sabba notturni; antiche leggende di lupi mannari correvano di bocca in bocca ai tavoli dell’ osteria.


L’ arrivo dell’ inverno, la prima neve, indussero la gente a rintanarsi in casa accanto ai camini a raccontare favole. Io solo ormai mi avventuravo nel bosco lungo i sentieri una volta battuti, alla ricerca di tracce di animali nella neve. Mia moglie biasimava queste mie esplorazioni con un:”Te ne verrà solo male” che non lasciava dubbi sulle sue credenze. Amina prestava orecchio alle fole della gente sui sabba notturni nelle campagne e aveva appeso una piccola scopa di saggina allo stipite della nostra porta di casa. L’ oggetto sarebbe servito a tenere lontani gli spiriti maligni che, secondo le vecchie del paese, popolavano il nostro bosco. Questo atteggiamento di mia moglie mi preoccupava non poco. Spesso rivedevamo insieme il filmato che Daniele aveva ripreso nella radura, e ogni volta finivamo per litigare. 


 


 


2 commenti:

  1. Ho letto il racconto. Molto inquietante. Mi chiedo come vada a finire.


    ciaooooo

    Marko Matz

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  2. effettivamente anch'io sarei piuttosto curioso di leggere il seguito...

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