lunedì 5 febbraio 2007

Romanzo poliziesco

Un blogger ha letto il post precedente e mi ha scritto una mail per chiedermi come si scrive un romanzo poliziesco. Bella domanda. Intanto vale sempre la regola che bisogna iniziare a scrivere la storia partendo dal finale, conoscendo già il nome dell'assassino, il movente etc. In questo modo sarà facile costruire il romanzo o il racconto intorno al plot centrale. Spulciando su internet ho trovato le 20 regole per scrivere un romanzo poliziesco scritte da Van Dyne, un famoso giallista del passato. Le riporto qui copiate pari-pari da www.cameragialla.it dove troverete moltissime informazioni sul mondo del giallo, sono un po' lunghette e secondo me datate ma vale comunque la pena leggerle.

1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.


2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.


3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.


4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; èuna falsa testimonianza.


5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia, per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.


6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorìo non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.


7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!


8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".


9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina". Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto il lettore non sa più con chi stia gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.


10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona, cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.


11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.


12. Ci deve essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore: ma l'intera responsabilità e l'intera indignazione del lettore devono gravare sopra un unico capro espiatorio.


13. Società segrete associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.


14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Giulio Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventure.


15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, s'egli fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.


16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dar verosimiglianza alla narrazione.


17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.


18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.


19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.


20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:



a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induce a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
l) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.


3 commenti:

  1. [Continua da sopra...]

    La narrazione, caratterizzata da distinte focalizzazioni, entrambe tipiche del genere, l’una esterna, in terza persona, l’altra soggettiva, in prima persona, tratteggia al lettore meno smaliziato autori che mostrano di sapere molto meno dei propri personaggi. Fino al denoument, alla risoluzione finale dell'intreccio.

    Nel romanzo di Calcerano & Fiori la sfida intellettuale, indissolubilmente connessa al genere, si coniuga all’altra sfida della riflessione etica, e la ricerca dell’assassino diventa non tanto l’occasione per una denuncia politica (che so, della bacata rispettabilità borghese) denuncia che rischia di mostrarsi ormai piuttosto datata, quanto la moderna analisi del marcio che si nasconde sotto la maschera di rispettabili pre-giudizi morali.

    L’indagine degli investigatori ufficiali o di complemento è fallace proprio perché basata su dati di fatto superficialmente valutati, colpevolmente travisati...e su giudizi prematuri, cioè parziali e basati su argomenti insufficienti, che non possono bastare per scoprire chi ha ucciso o svelare la colpevolezza, o addirittura il Male.

    Il misterioso evento del passato non fa eccezione, tutti credono di conoscerlo anche se lo tengono segreto, e quel mantenerlo segreto è il modo migliore per mantenerlo un mistero e farlo diventare l’occasione per compiere nuovi delitti.


    Per questo non è facile scrivere una recensione per Un delitto elementare. Perché è necessario tenere accuratamente celato l’assassino ed il finale...eppure parlarne.

    Specie nei gialli classici il finale è il momento forte della narrazione, il clou della storia, qui non si fa eccezione, anzi! Nel romanzo la storia accelera il ritmo, lentamente ma continuamente, per poi impegnarsi in una sconvolgente corsa verso l'epilogo. Il finale è la scommessa di Calcerano & Fiori con il lettore. E non solo perché, come è necessario, debbono risolvere i conflitti presentati dai personaggi, sciogliere le tensioni, fugare i dubbi, risolvere le questioni. mantenere la coerenza, rispettare le premesse, trovare una risposta ad ogni domanda. E’ così che devono essere i finali.

    In Un delitto elementare il finale per il lettore è l’unico momento in cui viene a conoscere la verità degli autori. Diremo solo che questo finale, invece di chiudere, allarga la prospettiva della storia, alza una cortina per tutta la narrazione abbassata a coprire i fatti ed i giudizi, svela una realtà amara che fino ad allora era stata appena abbozzata o suggerita. Una realtà per cui, parafrasando Voltaire, si potrebbe affermare che è meglio salvare un colpevole piuttosto che lasciarne libero un altro, o meglio, non riuscire a svelarne un altro.



    Un delitto elementare – Luigi Calcerano Giuseppe Fiori

    Sovera multimedia - Roma 2008

    Per la copertina vedi:

    www.luigicalcerano.com

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  2. Per corrispondere all'innvito di inviare un commento, non potendo mandare il giallo Un delitto elementare, mi permetto di inviare una recensione pervenuta al mio sito ufficiale: è particolarmente intelligente e, quel che è più importante, ‘abbottonata’ fatta in modo da non togliere la sorpresafinale ed il piacere al lettore, che in un romanzo come questo è essenziale!

    Vi interessa pubblicarla?

    Luigi Calcerano




    UN DELITTO ELEMENTARE, MA NON È UN POLIZIESCO ELEMENTARE

    di L.M.& C.G


    Si può parlare in vari modi di questo giallo.

    Fare centro sull’originale ambientazione in una scuola romana e sugli operatori scolastici che la abitano, due maestre di tempo pieno, una ambiziosa dirigente scolastica, una manciata di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario...oppure sulla pattuglia di quarantenni che fa di tutto per tornare sui banchi di scuola, oppressa da un misterioso evento, accaduto quando frequentavano la quinta elementare.

    Alcuni di quei bambini nella vita hanno avuto quello che si definisce il successo, un artista del fumetto, un primario neurologo un’editrice, altri si sono comunque inseriti nella società, un commissario di pubblica sicurezza, un operaio specializzato, una funzionaria della Rai, altri no, uno è diventato un barbone, un altro un sospetto avventuriero; tutti hanno dovuto convivere con una memoria che li ha segnati, tutti pian piano nel procedere della storia danno conto dei cambiamenti che li hanno mutati ma non sono riusciti a smascherarli. Tra i catalizzatori della storia due alunni ed un giostraio che fa anche il detective. Sullo sfondo non manca una realtà di carta disegnata da uno dei protagonisti, lo zingaro Gilas, improbabile Detective di carta, eroe di una fortunata serie di fumetti.

    Lo stile è svelto, accattivante, i colpi di scena opportuni, le sorprese continue...il divertimento assicurato; ci si potrebbe fermare qui, perché apparentemente Un delitto elementare, nella moderna ambientazione, recupera lo schema del giallo classico (omicidio / investigazione / soluzione / spiegazione), il modello del racconto basato sull'indagine poliziesca e sulla soluzione razionale di un enigma iniziale. Ci si potrebbe limitare a questo, perché gli autori sfruttando appieno la lezione dei maestri, - e ci sarebbe abbastanza per scrivere una bella recensione -, ma si farebbe torto ad un libro che non può essere definito tout court un poliziesco classico, poiché rappresenta, allo stesso tempo, anche una variante di quei gialli che Giuseppe Petronio chiamava problematici, che appartengono ad una tipologia lontanissima dal mistery!

    Questo essere sia un giallo classico che un giallo moderno e problematico è la caratteristica principale di Un delitto elementare.

    L’appassionato rispolvera con soddisfazione gli elementi che ha imparato ad apprezzare nel mistery , con in più alcuni variazioni e particolarità che trovano il modo di investire pesantemente anche il ruolo della detection, delle regole del giallo, della basilare (per i gialli) e indiscutibile lotta dei buoni contro i cattivi.

    In queste condizioni se la detection va a buon fine, è paradossalmente solo merito dei colpevoli che debbono sudare le proverbiali sette camicie, inventare cento trappole, osare l’inosabile per prevalere l’uno sull’altro, e sull’impenetrabilità del mistero...

    Se non si vogliono tradire i segreti degli autori, a questo punto si può dire solo che, nello svilupparsi della storia, .lo smacco del genere poliziesco è completo, che il giallo, come onestamente si confessa nella quarta di copertina (ma è l’unica onestà degli autori, più sleali di Agata Christie!) diventa un metagiallo, ovvero una riflessione sul giallo stesso, sulle sue intatte, rinnovate, capacità di illuminare l’attività dello scrivere e perfino, alla fine, quella di giudicare in base a principi morali.

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  3. vuoi che pubblichi la recensione in un post a parte?

    fammi sapere

    ciao

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