Da Nandropausa: la recensione di Wu Ming2 a Sappiano le mie parole sangue:
Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue, Rizzoli 24/7, 2007, pp. 260, € 16,50 Babsi,
se mi chiedessero a bruciapelo cosa penso del tuo libro direi: non mi ha convinto. Se invece mi chiedessero un consiglio direi: leggetelo.
Non mi ha convinto perché non ho capito da che verso prenderlo. Tu stessa l'hai chiamato quasiromanzo e questa scelta contiene già la mia delusione. Cosa debba fare un quasiromanzo, io non lo so, non lo capisco. Forse deve quasinarrare e allora uno potrebbe dire che sì, come quasiromanzo il tuo libro è molto ben riuscito, con quelle continue divagazioni - poetiche, verbose, arrabbiate - che "se lo mangiano come lebbra". Uno potrebbe dire così, ma a me pare troppo facile, basta mettere il prefisso quasi a una qualunque attività ed ecco che scompare l'insuccesso, la critica, il giudizio. Va tutto bene quando tutto è quasi. Io non lo so cosa deve fare un quasiromanzo, come lo devo afferrare. Può sembrarti un affare da poco, un puntiglio, ma il famoso anatroccolo era una brutta papera e un bellissimo cigno, e se io pago una guida turistica per farmi da cicerone a Venezia e quello mi porta in gondola e bada a remare, potrà essere una fantastica esperienza, ma è pure una discreta sòla, un patto non rispettato. Ora mi chiedo: si può eludere il patto e uscirne puliti, senza aver ingannato nessuno? Scrivo sul cappello "quasiguida turistica" e dopo, se ti porto mezz'ora a teatro, un quarto d'ora in gondola, dieci minuti a spiegarti chi era il Doge e altri dieci a dare il granturco ai piccioni, sono a posto, se non ti va bene dovevi cercarti una guida e basta, ti avevo avvisato. Io la guida e basta non la so fare.
Tutto questo sarebbe un gioco di parole vuoto, se alla base non ci fosse il nucleo poetico del tuo quasiromanzo, che non si chiama così per sfizio, come uno si mette un cappello piuttosto di un altro, il fatto è che chi scrive dice da subito che le parole non le basteranno, che quello che vorrebbe raccontare non si può raccontare, che la montagna è troppo impervia da scalare, eppure bisogna provarci, consapevoli che non si arriverà in cima, provarci anche solo per piantare un campo base nella neve, qualche metro più avanti dell'ultimo, sepolto sotto la valanga.
Vedi, Babsi, la mia metafora non funziona, perché nel caso della montagna la sua impraticabilità è un dato condiviso: di certo molti alpinisti hanno provato e hanno fallito. La tua montagna, invece, il conflitto yugoslavo, è impraticabile perché lo dici tu e noi dobbiamo fidarci. Lo ripeti molte volte, infatti, come se ci dovessi convincere, ma alla fine l'unica cosa certa è che tu non riesci a trovare le parole, tu hai smarrito la chiave, o non l'hai mai trovata, mentre lo scrigno potrebbe avere una serratura e anzi, a rigor di logica, dovrebbe avercela. Ma tu non la trovi, la serratura, o non trovi la chiave e allora provi a dire cosa contiene sbirciando dagli spiragli, dalle crepe del legno, scuoti lo scrigno per sentire che rumore fa, lo passi al metal detector per capire se c'è dentro acciaio o porcellana. Eppure, sono sincero, se l'obiettivo era descrivermi cosa contiene lo scrigno, beh, al di là dello spettacolo, bello e affascinante quanto si vuole, avrei preferito uno che sapesse aprirlo (e, detto tra parentesi, ho l'impressione che quell'uno, forse quell'unico, sia proprio tu, Babsi, anche se non l'hai voluto ammettere e magari t'è sembrato che per raccontare una sconfitta di sangue ce ne volesse un'altra, di parole. Parole che sapessero di sangue).
Così, se penso a quel che mi rimane dopo la lettura, riemergono soprattutto gli elementi saggistici: dati, ricostruzioni di episodi, aneddoti storici, informazioni - spesso inculcate con troppa violenza dentro dialoghi, episodi, personaggi. Oltre a questo, la rabbia della protagonista. La scrittura di alcune pagine vertiginose, molto più del loro contenuto. E alcune frasi dell'Amletario, che per il resto mi ha fatto sentire cretino, visto che la chiave, in questo caso per capirlo, non l'ho trovata io.
Il resto - ed è comunque tanto - evapora tra le pieghe del cervello, sublimato dalle incandescenze, fiamme incontrollate, lame roventi che macellano la narrazione. Così viene da rimpiangere cosa sarebbe stato questo libro se fosse stato un soloromanzo, o un solosaggio o magari, come diciamo noi, un oggetto narrativo, che almeno all'obiettivo del narrare cerca di non sottrarsi (e se si sottrae, ha fallito davvero). Il mio compare Wu Ming 1 mi dice giustamente che nel secondo caso - il solosaggio - una serie di affermazioni, scomodità e scorrettezze politiche non sarebbe passato indenne, mentre la forma quasinarrativa è un modo per spingerle nel mondo e farle sopravvivere più a lungo di qualsiasi polemica su vittime e carnefici.
E' vero, ma non credo che un romanzo possa giustificarsi con una strategia.
Tuttavia, se dobbiamo fidarci di te, Babsi, se davvero non c'era altro modo, altre parole per scrivere tutto questo, allora meno male che hai raccolto la sfida e che non l'hai abbandonata, impaurita dal fallimento che già presagivi (e magari era solo sindrome di Cassandra, profezia che si autoavvera).
Di certo chi vorrà leggere ti ringrazierà di averci provato.
Io ti ringrazio.
Ciao,
WM2
Ciao Antonella, che dire? Grazie.... Sei stata molto gentile a farmi gli auguri per il mio blog. Quando avrò tempo, leggerò i tuoi scritti, sono curioso.
RispondiElimina...non ho letto il libro ma questa tua recensione mi piace, mi pica un sacco...ora leggerò anche il resto...
RispondiEliminaCertamente è una critica che suscita la curiosità e l'interesse!
RispondiEliminaAnch'io amo scrivere e so quanto sia difficile esprimersi, trovare le parole che traducano le emozioni fluttuanti, le sensazioni vaghe, i dolori acerbi. Ma si deve tentare!
Tornerò per leggere i tuoi racconti, Antonella:)
Che dolce che sei! Quando posso, perchè aimè sono sotto esame, leggerò con la giusta tarnquillità i tuoi scritti. Un bacio
RispondiEliminaP.S : SONO FOLLIA SACRA, NON è APPARSO IL MIO NOME SUL BLOG
RispondiEliminaBella recensione! Non ho letto il libro, ma rende a pieno l'incertezza e la prevenuta incredulità dell'autore nell'affrontare la realizazzione della propria opera. In effetti cos'è un quasi romanzo? Perchè scrivere un quasi romanzo? Ne va lodato sotto questa ottica l'onestà, il tentativo, questo è indubbio o quasi. Ma se il racconto come detto dalla critica è incocludente, già in partenza, bè fallisce l'obiettico è un romanzo volutamnete non riuscito. Sembrarà scontato dirlo: Ma alle cose bisogna crederci... Poi in merito a tale argomento si può aprire anche un intero dibattito. Io resto della convizione che un romanzo debba riuscire nel suo intento, nella sua opera. Ciò è il compito dell'arte, questo è il suo privilegio. Un bacio ad Antonella
RispondiEliminaScusami ho fatto una prova per vedere se appariva il nome.....Ariciao Antonella p.s: L' ex utente anonimo dei precedenti commenti
RispondiEliminaUna recensione che incuriosisce...
RispondiEliminaAuguroni di buone feste
E' la prima volta che passo di qui... Davvero un bel pezzo. Non capita spesso
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