mercoledì 31 dicembre 2008

Il primo giorno dell'anno

Il primo giorno dell'anno


Di Pablo Neruda


 


 Lo distinguiamo dagli altri


come


se fosse


un cavallino


diverso da tutti


i cavalli.


Gli adorniamo


la fronte


con un nastro,


gli posiamo sul collo sonagli colorati,


e a mezzanotte


lo andiamo a ricevere


come se fosse


un esploratore


che scende da una stella.


La terra accoglierà questo giorno


dorato, grigio, celeste,


lo bagnerà con frecce


di trasparente pioggia


e poi lo avvolgerà


nell'ombra.


Eppure


piccola porta della speranza,


nuovo giorno dell'anno,


sebbene tu sia uguale agli altri


come i pani


a ogni altro pane,


ci prepariamo a viverti in altro modo.


 

giovedì 25 dicembre 2008

Racconto di natale 2008

Racconto di Natale 2008

Sto preparando la pastella per i carciofi fritti. Stempero il latte con l’uovo e la farina. Il segreto è aggiungerla a poco a poco, in modo che non si formino quei piccoli grumetti, odiosi da sciogliere. Mio padre versa l’olio nella padella, mio fratello -come al solito- non fa niente. Ci guarda e chiacchiera. Questo è il primo Natale senza mamma. Stiamo insieme questa sera, cerchiamo di essere allegri, in fondo è la sera della Vigilia, ma il suo fantasma è in mezzo a noi. Qualche minuto fa mia zia, al telefono, mi ha ricordato che mia madre a Natale faceva i ravioli, anzi, un solo raviolone gigante, per fare meno fatica. Ravioli con il ragù di carne. Li mangio tutti i Natali da quando ero bambina. Ho in mente l’immagine di mamma ai fornelli, spettinata, con l’immancabile MS tra le labbra. Cucina e parla. Io le racconto un pettegolezzo, lei mi recita qualche verso di poesie, magari lette da ragazza, mentre il ragù sobbolle lentamente e spande il suo profumo nella cucina. Ricordo di altri Natali! Adesso siamo qui noi tre, un po’ sperduti; sappiamo che mamma ci manca da morire ma non abbiamo il coraggio di dircelo.

Passo rapidamente i pezzi di carciofo nella pastella e li butto nell’olio fumante. Vengono a galla quasi subito, circondati da una corona di schiuma bollente. Carciofi fritti, rollé con purea di patate, dolcetti vari, questo è il menù. Mio padre si è dimenticato di comprare i tortellini. Ceniamo alle sette e mezza come tutte le sere dopo il “Tiggi3”. Papà scolando i carciofi dall’olio ne rovescia due per terra. Mamma si sarebbe incazzata. E’ noto che le persone di carattere spesso ce l’ hanno brutto.

 Ciao mamma, ave et vale!

lunedì 22 dicembre 2008

Auguri di Buone Feste

NATALE SULLA TERRA
di Arthur Rimbaud


Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d'argento,
sempre,
senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando
ce ne andremo di là
dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del nuovo lavoro,
la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione,
ad adorare - per primi! - Natale sulla terra!

domenica 30 novembre 2008

Back in Action

Ciao, ritorno sul blog dopo un po' di tempo con alcune segnalazioni:
Sabato 29 novembre il mio amico Marco Mazzanti alias Marko Matz ha presentato il suo romanzo "l'Uomo che dipingeva con i coltelli" all'hotel Porta Maggiore di Roma. Presto Marco presenterà un altro romanzo, "Asia, La nave del destino", un fantasy sui generis molto avvincente.


Nella foto siamo io e Marco al momento della firma delle copie del romanzo. Alla serata sono intervenuti numerosi amici di Marco e le responsabili della casa editrice Deinotera che ha organizzato l'iniziativa. In bocca al lupo Marco!


Il mio racconto intitolato appunto "Racconto di Natale" che i lettori del blog ben conoscono (vedi link qui a fianco) è stato pubblicato in un'antologia cartacea grazie alla simpatia dell'autrice Barbara Garlaschelli curatrice dell'iniziativa "Corto si può fare". Per chi fosse interessato l'antologia è stata pubblicata nel numero d'autunno della rivista "Tratti" a cura della casa editrice Moby Dick.


Ritornano le serate di bookcrossing a Trastevere! L'associazione culturale "Il Bidone", Vicolo dell Scala 26, sta preparando un nuovo evento in occasione del Natale. Ho partecipato all'ultima serata e mi sono portata a casa un romanzo. La nuova data deve essere ancora fissata, per gli aggiornamenti tenete d'occhio questo blog.


E last but not least, la scrittrice milanese  Lorenza Caravelli ha presentato "Un altro finale", il suo ultimo libro, un intenso racconto lungo o romanzo breve dedicato alla memoria di suo padre. Edizioni Creativa. Lo trovate su BOL o su IBS.


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I contenuti


Questo racconto è un viaggio nel passato. L'autrice costruisce la storia scorrendo le tappe di una vita attraverso l'osservazione di sette fotografie, spunto e partenza di un cammino a ritroso nei ricordi, sulle quali si innesta un percorso di fantasia, un'alternativa impossibile eppure cara. Una consolazione, un omaggio. Un racconto della memoria. L'autrice ricorda e rivisita la vita e la morte di suo padre, guardando indietro con la lente dell'amore e della nostalgia.



 


 

sabato 11 ottobre 2008

A mia madre

Bohémiens en voyage


 


La tribu prophétique aux prunelles ardentes


Hier s’est mise en route, emportant ses petits


Sur son dos, ou livrant à leur fiers appétits


Le trésor toujours prêt des mammelles pendantes.


 


Les hommes vont à pied sous leurs armes luisantes


Le long des chariots où les leurs sont blottis,


Promenant sur le ciel des yeux appesantis


Par le morne regret des Chimères absentes.


 


Du fond de son réduit sablonneux, le grillon,


Les regardent passer, redouble sa chanson ;


Cybèle, qui les aime, augmente ses verdures,


 


Fait couler le rocher et fleurir le désert


Devant ces voyageurs, pour lesquels est ouvert


L’empire familier des ténebres futures.


 


Charles Baudelaire, Les Fleurs du Mal, XIII



 


Traduzione di Giovanni Macchia :


 


Zingari in Viaggio


 


La tribù dei profeti dalle pupille ardenti


Ieri s’è messa in viaggio, sulle spalle i suoi piccoli,


O lasciando in balia del loro fiero appetito


Il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.


 


Gli uomini vanno a piedi sotto le armi lucenti


Lungo i carri che portano le famiglie accucciate,


Percorrendo il cielo con lunghe occhiate cariche


Del cupo rimpianto delle chimere assenti.


 


Il grillo dal profondo della sua tana renosa


Guardandoli passare rinforza il canto, e pure


Cibale, che li ama, aumenta i suoi prodotti,


 


Fa stillare la roccia e fiorire il deserto


Davanti a questi nomadi, per i quali è aperto


L’impero familiare delle tenebre future.



Charles Baudelaire, I Fiori del Male, XIII


 


 


 


 


 


 

sabato 23 agosto 2008

Autobiografico

Sto attraversando un momento personale non facile,per questo, e me ne scuso con i lettori del blog, non sto più postando. Una persona a me molto cara, direi la più cara, ha un brutto male - ah gli eufemismi! -, mi fermo qui. Mi aspettano mesi dolorosi. Non ho voglia di scrivere, in assoluto non ho voglia di fare altro che starle vicina. Quando possibile. Quanto più possibile. Ho promesso un'intervista ad Actorproglab, la scuola di teatro di Genova (trovate il link al loro blog qui a fianco), mi sono ripromessa di recensire un paio di libri, ma per ora non me la sento. Ad ottobre esce un mio racconto in un'antologia curata da Barbara Garlaschelli, per la casa editrice Moby Dick, ringrazio qui Barbara e Daniela Losini, le curatrici dell'iniziativa. Il racconto è 'Racconto di Natale' che voi lettori del blog ben conoscete (vedi link). Spero di poter dedicare questa mia iniziativa alla persona di cui sopra. Sarebbe il mio ultimo regalo.  Non ho molto altro da dire. Un saluto


Antonella

lunedì 14 luglio 2008

Intervista a Luca Larpi

IL LIBRAIO DI KOLOS - Luca Larpi


Bene, cominciamo con le presentazioni: chi è Luca Larpi?


Uno con tante idee e una gran confusione in testa. Vivo in Inghilterra da qualche anno, ma rimango ancora cocciutamente attaccato alla mia terra. Mi occupo di Storia romana e medievale, con una particolare predilezione per le radici storiche delle leggende arturiane. Come tanti letterati, le mie prospettive lavorative non sono rosee, ma ho la fortuna di essere sostenuto da cari amici che non mi perdono di vista neanche a chilometri di distanza.


 


Scrittore, sì, ma immagino, prima di tutto, lettore; ebbene, quali sono i tuoi generi?


Malgrado abbia scritto un romanzo fantastico e stia curando un blog dedicato all’argomento, non sono un fanatico. Più che generi letterari, è una questione di scrittori: apprezzo chi riesce a raccontarmi qualcosa di me stesso, una domanda o un pensiero che magari neanche io so bene di avere. Per questo mi piace avventurarmi per sentieri sconosciuti, facendomi guidare dalla sorte, dai consigli di persone fidate e dalle esigenze del momento. Se devo fare qualche nome, direi Tolkien perchè ha saputo raccontare l’uomo come nessun altro è mai riuscito a fare; Sepulveda, Amado e Mafuz, cantori di mondi lontani e drammatici, di una poeticità a volte commovente; i narratori delle tragedie nostrane, come Eugenio Corti, Rigoni Stern, e, a modo suo, pure Guareschi; ma anche alcuni classici che ho riscoperto dopo il liceo: Dante e Manzoni anzitutto. Di tutto un po’, insomma...


 


Se tu potessi ‘entrare’ in un libro, quale sceglieresti?


Uhm, no, non penso che mi piacerebbe entrare in un libro. La realtà è molto più interessante di ogni rappresentazione.


 


Parlaci della tua passione per il fantasy.


Quello fantastico è un mondo che conosco da sempre. Ho iniziato con le leggende arturiane, poi mi sono inoltrato nella Terra di Mezzo, e da allora non ho mai smesso di curiosare in giro. E’ un linguaggio interessante, che permette molta libertà, ma che richiede anche allo scrittore una certa responsabilità, se non vuole farlo diventare banale. La grandezza di Tolkien è aver avuto il coraggio e la capacità di scrivere una vera e propria saga mitica. Il Mito non è altro che il tentativo dell’uomo di spiegare la realtà attraverso l’immaginazione, e per questo ha una dignità che nessun approccio “razionalistico” potrà sottrargli. Il problema è che dopo i primi successi del Signore degli Anelli, il fantasy è diventato letteratura di evasione, fatta di slanci utopici senza alcun legame con il reale e spesso modellata su modelli stantii. E dire che la forza di questo linguaggio è proprio la possibilità di descrivere il mondo da una prospettiva sempre nuova... Forse è il caso di iniziare a prendere il fantasy sul serio.


 


Letteratura fantasy e cinematografia di tal genere spesso tendono a compenetrarsi… Abbiamo esempi di film tratti da romanzi fantasy, ma anche romanzi tratti dalle sceneggiature di quest’ultimi… Tu cosa ne pensi?


Sono molto scettico sulla qualità dei libri tratti da film (di solito, guarda caso, film di successo). E’ molto difficile che gli autori di tali opere siano animati da esigenze artistiche: in genere, si tratta di semplici operazioni di marketing.


 


Luca, parlaci un po’ del tuo romanzo Il Libraio di Kolos. Com’è nato, e chi sono i personaggi che in esso vivono?


Il Libraio di Kolos è il racconto di un’amicizia. Un ragazzo senza prospettive incontra una persona più grande che lo aiuterà a scuotersi di dosso la sua apatia, coinvolgendolo in una missione in cui scoprirà la difficoltà e la bellezza che la vita ha in serbo per lui. Autobiografico come molti romanzi di esordio, è il mio modo per raccontare qualcosa di bello che mi è capitato tempo fa.


 


Che rapporto hai con la scrittura?


Non sono quasi mai soddisfatto di quello che produco. Di solito scrivo di getto e poi passo un sacco di tempo a rifinire, limare, correggere. Lo spunto nasce quasi sempre dall’umore del momento, ma a furia di imbrattare carte sto imparando a non nascondermi dietro ogni virgola e dare ai miei racconti un respiro più ampio delle mie disavventure.


 


Come nasce l’idea di tenere un blog?


Il blog (kolos.splinder.com) è nato da un’esigenza ben precisa: confrontarmi con i lettori su quello che ho scritto. Mi incuriosisce molto sapere quello che le diverse persone pensano del mio romanzo. Sto imparando un sacco dalla critiche e i commenti di chi ha la bontà di mandarmi qualche riga di riflessione. Ma sono soprattutto le reazioni di fronte al messaggio centrale del libretto ad interessarmi. Sono grato a questa avventura editoriale perchè mi ha fornito l’occasione per incontrare nuove persone e discutere con loro di temi non proprio banali.


 


Cosa pensi di internet? Lo ritieni un buon campo di prova per gli scrittori che intendono farsi conoscere?


Penso che internet fornisca un ampio spettro di possibilità per chi sia interessato a creare un network di persone disponibili a discutere su certi temi. In questo senso, un blog può aiutare la promozione di un libro, a patto che sia ben curato.


D’altra parte, è anche vero che l’attenzione degli internauti non è sempre alta, visto il bombardamento di informazioni cui sono soggetti e la difficoltà oggettiva di leggere qualcosa di troppo lungo sullo schermo. Per questo credo che sia molto difficile apprezzare i racconti pubblicati su internet: l’occhio si stanca presto, e spesso l’impaginazione non aiuta (caratteri troppo piccoli, righe troppo fitte). Credo ancora nel libro stampato, che si può portare dovunque e aprire e chiudere a piacimento, senza problemi di connessioni o di grandezza di file. Certo, c’è sempre la stampante: ma se il racconto è più lungo di dieci pagine, nasce il problema della rilegatura... Insomma, troppe seccature, almeno per un tipo pigro come me.


 


Ultima domanda: progetti futuri?


Ho appena finito la seconda parte di quella che, con un po’ di fortuna, diventerà la saga di Kolos. Appena avrò un momento libero (c’è una tesi di dottorato da finire!), mi metterò al lavoro per sistemare quello che ho scritto finora, in modo da renderlo bilanciato e coerente. Il lavoro di rifinitura non finisce mai...


Ho anche un paio di altri progetti in mente, di cui uno in lingua inglese, ma bisognerà vedere se avrò il tempo per realizzarli. Suggerisco di tenere sott’occhio il mio blog per altre anteprime ;-)


 

giovedì 3 luglio 2008

Historica-Il Foglio Letterario - 1

E' on line il numero 2 della rivista Historica-Il Foglio Letterario ecco il link per scaricarla:


http://legabloggerletterari.wordpress.com/2008/06/30/historica-il-foglio-letterario-n2/


Tra poco la rivista sarà disponibile anche su carta. Per tutte le informazioni contattate l'editore Francesco Giubilei:


Rivista Historica-Il Foglio letterario

Direttore editoriale: Francesco Giubilei Direttore responsabile: Fabio Zanello




 
IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

Associazione Culturale

Editoria di qualità dal 1999

DA SEMPRE CONTRO L'EDITORIA A PAGAMENTO



Myspace:http://www.myspace.com/edizioni_il_foglio



 

mercoledì 2 luglio 2008

Cinque cose

Rubo l'idea dal blog della simpatica Milvia Comastri, oggi dovete dirmi cinque piccole cose che vi fanno incazzare e altre cinque che vi rendono felici. Lasciatemi un commento. Concentratevi sulle cose piccole o piccolissime, per una volta mettiamo da parte le grandi ingiustizie di questo mondo!


mercoledì 11 giugno 2008

Accellerazionismo

E' nato un nuovo movimento politico, l'Accellerazionismo,  a cui dò il benvenuto. Lo potremmo definire il braccio politico del Connettivismo ecco la presentazione del documento programmatico: In tempi che accelerano, si rende necessaria una rivoluzione paradigmatica che porti a una nuova condotta, in grado di rapportarsi in prospettiva dialettica con il futuro e non solo con il passato. Una nuova iniziativa cerca di dar voce a questa sensibilità, presentando una proposta programmatica tutta incentrata sull’innovazione. Sembra interessante. Per leggere l'intero documento scrittoda X andate su:


http://www.next-station.org/fe-art-d.php?_i=133&_e=0


Ecco per ora il logo del nuovo movimento creato da Giorgio Iguana Jo Raffaelli



 











domenica 8 giugno 2008

Un nuovo racconto di Marko Matz

Segnalo sul blog di Marko Matz ( www.mmushroom.splinder.com ) un suo nuovo toccante racconto intitolato con un nome di donna, Perla. Marko è un mio giovane amico che i lettori del blog conoscono bene ed un bravo scrittore, ha pubblicato due romanzi per i tipi di una piccola casa editrice di Perugia, la Midgard (www.midgard.it), li potete acquistare on line od ordinare in libreria. Io sono particolarmente legata al suo secondo romanzo, Colore indeciso che a suo tempo ho presentato su questo blog. Buona lettura

sabato 7 giugno 2008

Recensione - 1

Ospito volentieri sul blog la recensione di questo romanzo che mi è stata lasciata dall'autore in un commento ad un mio vecchio post.  Non saprei dire di più. Non conosco questo scrittore e nemmeno il libro che a prima vista sembrerebbe interessante. Cercherò di procurarmi il  romanzo magari per recensirlo io stessa, in fondo mi ha incuriosita.



UN DELITTO ELEMENTARE, MA NON È UN POLIZIESCO ELEMENTARE
di L.M.& C.G

Si può parlare in vari modi di questo giallo.
Fare centro sull’originale ambientazione in una scuola romana e sugli operatori scolastici che la abitano, due maestre di tempo pieno, una ambiziosa dirigente scolastica, una manciata di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario...oppure sulla pattuglia di quarantenni che fa di tutto per tornare sui banchi di scuola, oppressa da un misterioso evento, accaduto quando frequentavano la quinta elementare.
Alcuni di quei bambini nella vita hanno avuto quello che si definisce il successo, un artista del fumetto, un primario neurologo un’editrice, altri si sono comunque inseriti nella società, un commissario di pubblica sicurezza, un operaio specializzato, una funzionaria della Rai, altri no, uno è diventato un barbone, un altro un sospetto avventuriero; tutti hanno dovuto convivere con una memoria che li ha segnati, tutti pian piano nel procedere della storia danno conto dei cambiamenti che li hanno mutati ma non sono riusciti a smascherarli. Tra i catalizzatori della storia due alunni ed un giostraio che fa anche il detective. Sullo sfondo non manca una realtà di carta disegnata da uno dei protagonisti, lo zingaro Gilas, improbabile Detective di carta, eroe di una fortunata serie di fumetti.
Lo stile è svelto, accattivante, i colpi di scena opportuni, le sorprese continue...il divertimento assicurato; ci si potrebbe fermare qui, perché apparentemente Un delitto elementare, nella moderna ambientazione, recupera lo schema del giallo classico (omicidio / investigazione / soluzione / spiegazione), il modello del racconto basato sull'indagine poliziesca e sulla soluzione razionale di un enigma iniziale. Ci si potrebbe limitare a questo, perché gli autori sfruttando appieno la lezione dei maestri, - e ci sarebbe abbastanza per scrivere una bella recensione -, ma si farebbe torto ad un libro che non può essere definito tout court un poliziesco classico, poiché rappresenta, allo stesso tempo, anche una variante di quei gialli che Giuseppe Petronio chiamava problematici, che appartengono ad una tipologia lontanissima dal mistery!
Questo essere sia un giallo classico che un giallo moderno e problematico è la caratteristica principale di Un delitto elementare.
L’appassionato rispolvera con soddisfazione gli elementi che ha imparato ad apprezzare nel mistery , con in più alcuni variazioni e particolarità che trovano il modo di investire pesantemente anche il ruolo della detection, delle regole del giallo, della basilare (per i gialli) e indiscutibile lotta dei buoni contro i cattivi.
In queste condizioni se la detection va a buon fine, è paradossalmente solo merito dei colpevoli che debbono sudare le proverbiali sette camicie, inventare cento trappole, osare l’inosabile per prevalere l’uno sull’altro, e sull’impenetrabilità del mistero...
Se non si vogliono tradire i segreti degli autori, a questo punto si può dire solo che, nello svilupparsi della storia, .lo smacco del genere poliziesco è completo, che il giallo, come onestamente si confessa nella quarta di copertina (ma è l’unica onestà degli autori, più sleali di Agata Christie!) diventa un metagiallo, ovvero una riflessione sul giallo stesso, sulle sue intatte, rinnovate, capacità di illuminare l’attività dello scrivere e perfino, alla fine, quella di giudicare in base a principi morali.
La narrazione, caratterizzata da distinte focalizzazioni, entrambe tipiche del genere, l’una esterna, in terza persona, l’altra soggettiva, in prima persona, tratteggia al lettore meno smaliziato autori che mostrano di sapere molto meno dei propri personaggi. Fino al denoument, alla risoluzione finale dell'intreccio.
Nel romanzo di Calcerano & Fiori la sfida intellettuale, indissolubilmente connessa al genere, si coniuga all’altra sfida della riflessione etica, e la ricerca dell’assassino diventa non tanto l’occasione per una denuncia politica (che so, della bacata rispettabilità borghese) denuncia che rischia di mostrarsi ormai piuttosto datata, quanto la moderna analisi del marcio che si nasconde sotto la maschera di rispettabili pre-giudizi morali.
L’indagine degli investigatori ufficiali o di complemento è fallace proprio perché basata su dati di fatto superficialmente valutati, colpevolmente travisati...e su giudizi prematuri, cioè parziali e basati su argomenti insufficienti, che non possono bastare per scoprire chi ha ucciso o svelare la colpevolezza, o addirittura il Male.
Il misterioso evento del passato non fa eccezione, tutti credono di conoscerlo anche se lo tengono segreto, e quel mantenerlo segreto è il modo migliore per mantenerlo un mistero e farlo diventare l’occasione per compiere nuovi delitti.

Per questo non è facile scrivere una recensione per Un delitto elementare. Perché è necessario tenere accuratamente celato l’assassino ed il finale...eppure parlarne.
Specie nei gialli classici il finale è il momento forte della narrazione, il clou della storia, qui non si fa eccezione, anzi! Nel romanzo la storia accelera il ritmo, lentamente ma continuamente, per poi impegnarsi in una sconvolgente corsa verso l'epilogo. Il finale è la scommessa di Calcerano & Fiori con il lettore. E non solo perché, come è necessario, debbono risolvere i conflitti presentati dai personaggi, sciogliere le tensioni, fugare i dubbi, risolvere le questioni. mantenere la coerenza, rispettare le premesse, trovare una risposta ad ogni domanda. E’ così che devono essere i finali.
In Un delitto elementare il finale per il lettore è l’unico momento in cui viene a conoscere la verità degli autori. Diremo solo che questo finale, invece di chiudere, allarga la prospettiva della storia, alza una cortina per tutta la narrazione abbassata a coprire i fatti ed i giudizi, svela una realtà amara che fino ad allora era stata appena abbozzata o suggerita. Una realtà per cui, parafrasando Voltaire, si potrebbe affermare che è meglio salvare un colpevole piuttosto che lasciarne libero un altro, o meglio, non riuscire a svelarne un altro.


Un delitto elementare – Luigi Calcerano Giuseppe Fiori
Sovera multimedia - Roma 2008
Per la copertina vedi:
www.luigicalcerano.com

mercoledì 4 giugno 2008

Intervista a Carlo Menzinger

Iniziamo con le presentazioni, chi è Carlo Menzinger?


Cominciamo con le domande difficili? Questa è una tipica domanda cui si potrebbe rispondere in infiniti modi: un bancario, uno romano trapiantato a Firenze, un padre, un europeo dalle origini più varie, uno che si occupa di finanza strutturata, un lettore, un ex-pendolare, uno che ha lavorato in trenta città diverse e molto altro ancora. Ai fini di questa intervista, posso dire che sono una persona che da sempre ama scrivere. Sono, però, anche una persona che è sempre stata convinta che leggere e scrivere (due cose inscindibili, tranne che nelle barzellette sui carabinieri) potessero essere solo degli hobby e non certo una professione. Così, già al momento di scegliere la laurea, dopo il Liceo Classico, ho rinunciato a velleità letterarie laureandomi in Economia e Commercio. Ho sempre avuto, comunque, la convinzione, che quella di procurarmi un buon lavoro fosse la miglior strada per dedicarmi ai miei hobby: in primis la scrittura.


 


Parlaci della tua passione per la scrittura, da dove nasce, hai degli autori di riferimento?


C’è chi scrive per sfogo, chi per raccontare qualcosa che ritiene importante, chi per altre ragioni. Io ho sempre scritto perché mi divertiva. Mi piaceva creare delle storie. Mi sono sempre divertito a scrivere. Qualunque cosa. Il mio approccio alla scrittura è sempre ludico. Per questo frequento siti di scrittura, ho organizzato spesso “giochi letterari”, amo la scrittura collettiva e, sempre per questo, ho recentemente curato un’antologia.


L’amore per la scrittura credo sia connaturato a quello per la lettura. La mia prima passione fu, alle elementari, per le avventure narrate da Salgari e Verne, di cui credo di aver letto tutto, persino i romanzi scritti dai figli di Emilio Salgari.


Poi venne l’amore per la fantascienza, veicolata dalle letture di Verne. Il mio idolo divenne Asimov. A quattordici anni portavo dei “favoriti” che volevano imitare i suoi “basettoni vaporosi”.


Nel frattempo andavo scoprendo i classici, dai greci, fino a quelli del novecento. Da giovane ho amato molto Calvino. Poi è stata la volta di Hesse. In età più matura sono divenuto molto più eclettico come lettore. Ho amato Kundera, Marquez, Eco, Brown e molti altri. Era comunque finito il tempo dei singoli autori. Ormai da anni amo esplorare ogni sorta di lettura. In ogni mio libro si sente, credo, l’influsso di così tanti autori che dovrebbe essere difficile individuarne uno solo come riferimento.


“Giovanna e l’angelo” è una continua citazione da Virgilio a Besson, passando per Voltaire, Solera,  Pizan, Tasso, Milton, Blake, Queneau. L’autrice che ha il maggior peso nell’opera, però, è Virginia Wolf, con il suo “Orlando”.


Anche il “Colombo divergente” ha una lunga bibliografia, anche se meno letteraria. Si rifà di più al mito, alla storiografia ufficiale e parallela, all’esoterismo, alla simbologia rosacrociana, massone e templare.


“Cybernetic love”, scritto con Simonetta Bumbi, è un collage di versi di autori antichi, riscritti con linguaggio informatico per descrivere un triangolo amoroso nato in una chat (Omero, Virgilio, Euripide, Dante, Petrarca, Shakespeare, De La Barca, Manzoni…).


“Se sarà maschio lo chiameremo Aida”, scritto con Andrea Didato, si riferisce all’opera verdiana. Sia questo romanzo che “Cybernetic love” fanno parte del volume “Parole nel web”.


 


Che tipo di scrittore sei, scrivi di getto o redigi un’elaborata scaletta?


Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Sicuramente non ho mai avuto la “crisi della pagina bianca”. Quando scrivo da solo mi faccio un’idea di massima di quello che voglio scrivere e butto giù una scaletta sintetica. Quando scrivo con altri autori, cerchiamo di programmare la trama e delineare a grandi linee i personaggi principali. Il lavoro preparatorio aumenta necessariamente al crescere del numero degli autori. Il romanzo “Il Settimo Plenilunio” che abbiamo scritto in tre (Simonetta Bumbi, Sergio Calamandfrei ed io) ha alle spalle un file di “riflessioni” lungo forse più dell’intero romanzo.


Quello che, però, davvero caratterizza il mio modo di scrivere è che la mia è una scrittura “elettronica”, nel senso che sarebbe quasi impossibile senza un PC. Scrivo, infatti, per stratificazioni successive. Correggo innumerevoli volte il testo. Ci torno sopra e aggiungo nuovi paragrafi. Li sposto. A volte ne elimino.


Per dare un’idea, basti pensare che “Il Colombo divergente” in prima stesura era scritto in terza persona al passato e poi l’ho trasformato in un romanzo scritto in seconda persona e al presente.  Per non parlare dell’inserimento di nuovi personaggi.


Altre volte, invece, scrivo più “di getto” come nel caso di “Ansia assassina”. Questo romanzo è molto diverso dalle due ucronie (“Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo”), non solo perché è un thriller e si svolge ai giorni d’oggi, ma proprio per il metodo di scrittura.


“Ansia assassina” nasce da un racconto, il primo capitolo, di cui ho immaginato poi lo sviluppo. Allo stesso modo ho scritto altri due romanzi ancora da completare. Ogni capitolo cerca di essere una piccola storia autonoma, pur essendo strettamente connesso agli altri. Nei romanzi ucronici, invece, avevo intenzione fin dall’inizio di scrivere un romanzo. L’ordine in cui ho scritto i capitoli nel thriller è stato nell’ordine in cui sarebbero stati letti, nel “Colombo divergente”, no.


 


Puoi spiegare ai lettori del blog cos’è un’ ucronia e perché questo genere letterario ti affascina così tanto?


L’ucronia o allostoria  è un genere letterario che descrive ipotesi alternative alla Storia reale. Parla dei “se” della Storia. Il modo migliore per spiegarlo credo sia fare un esempio. Ne “Il Colombo divergente” immagino che Colombo, arrivato in America, faccia rotta un po’ più verso nord, che incontri gli aztechi e sia fatto prigioniero. La sua storia personale e la Storia dell’umanità cambiano corso. Possiamo immaginarne gli effetti immediati (come ho fatto nel romanzo) o quelli più avanti nel tempo. In entrambi i casi stiamo scrivendo un’ucronia.


Quando ho scritto “Il Colombo divergente” non sapevo di stare scrivendo qualcosa che potesse appartenere ad un genere. Lo scoprii mentre stavo ormai lavorando sul secondo romanzo ucronico “Giovanna e l’angelo”, in cui immagino la vita di Giovanna d’Arco oltre il rogo in cui, invece, morì.


In realtà, scrivendo entrambe le storie non ero preoccupato di seguire le “regole del genere”. Con il Colombo, volevo oltre che descrivere gli effetti di un mutamento della Storia, anche immaginare le reazioni di un uomo di successo davanti alla sconfitta, volevo parlare dell’incontro con civiltà diverse (Colombo, alla fine fugge e arriva anche in Africa: attraversa tre continenti e ne cerca un quarto!), anticipare la “globalizzazione culturale” di qualche secolo. Volevo anche parlare del potere occulto.


Con “Giovanna e l’angelo” volevo descrivere uno strano rapporto (la chiamo “remotissima vicinanza”), quello tra una donna e un essere soprannaturale (“l’angelo”) inconsapevole della propria natura, privo di ogni contatto con il mondo che non fosse la stessa Giovanna, ignaro dell’esistenza di Dio (un angelo “ateo”). Volevo anche parlare dell’inconsistenza delle differenze tra i sessi (in questo mi sono un po’ rifatto a “Orlando” di Virginia Wolf).


Per me questi romanzi sono, però, molto di più che semplici ucronie.


Dunque, per questi romanzi credo che parlare di ucronia sia soprattutto un modo comodo (ma non troppo, dato che occorre prima spiegare di cosa si parla)  per identificarli, per farli catalogare dai lettori. L’ucronia è affascinante perché ci offre un numero illimitato di storie da raccontare, infinite per ogni personaggio o evento storico reale. Avrei potuto scrivere la Storia di Colombo in moltissimi altri modi.


L’altra cosa che mi sorprende dell’allostoria è che sia così poco nota, che siano state scritte così poche storie ucroniche, visto il potenziale illimitato del genere.


 


Cosa ci vuoi dire della raccolta di racconti “Ucronie per il terzo millennio”?


 


Quando ho cominciato ad interrogarmi sulle ucronie, a rendermi conto di quanto poco questo genere fosse conosciuto, mi sono posto tre obiettivi:



  1. cercare di far conoscere il romanzo controfattuale (altro sinonimo di ucronia);

  2. mettere in contatto gli autori ucronici italiani;

  3. scrivere un’antologia di racconti assieme ad altri autori.


Per realizzare questi obiettivi ho aperto un Forum su www.liberodiscrivere.it, ho riunito diciotto autori ed assieme abbiamo scritto i quarantasei racconti che compongono “Ucronie per il terzo millennio”.


Questa antologia vuole dunque essere il nostro modesto contributo alla diffusione della conoscenza di questo genere. A tal fine parlo spesso dell’argomento anche sul mio blog http://menzinger.splinder.com e sul mio sito www.scrivo.too.it, ho aperto il Gruppo “Ucronie” sul grande portale di lettori “aNobii”, ho organizzato le due serate ucroniche di Firenze e Modena, sto ora organizzando per il 4 ottobre la terza serata che si terrà a Genova e ho avuto persino degli incontri nelle scuole.


 


Sappiamo che hai scritto diversi romanzi, qual è quello a cui sei più legato?


In effetti, ho scritto vari romanzi, più di quelli finora pubblicati. Certo, quello a cui tengo di più è il Colombo divergente. Non è stato il mio primo romanzo ma il primo pubblicato. Prima di quello avevo completato una storia dal titolo “I piccoli mondi di Donelderan” (che considero impubblicabile) e pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “Viaggio intorno allo specchio”. Come autore mi pare, però, di essere veramente nato con “Il Colombo divergente”, scritto nella seconda metà degli anni ’90 e pubblicato nel 2001. L’anno scorso ne è uscita una seconda edizione che ho riveduto e corretto, aggiungendo anche delle note. Ho tagliato anche alcuni capitoli, compreso l’incipit.


Tengo molto, però, anche a “Giovanna e l’angelo” che è un romanzo nato dalla costola del “Colombo divergente”. In “Giovanna e l’angelo” ho applicato con maggior consapevolezza tutto ciò che avevo faticosamente costruito per il Colombo, dal potere di mutare la Storia, al punto di vista (entrambi narrati in seconda persona), alla presenza “laica” del soprannaturale, all’analisi psicologica dei personaggi, alla loro solitudine, al loro amore  per la propria missione, al loro “eroismo” non riconosciuto, al continuo riferimento alla letteratura e alla Storia.


 


Chi sono i tuoi personaggi?


“Ansia assassina” ha molti personaggi ma hanno tutti vita breve. Il protagonista principale, di cui si parla in ogni capitolo, compare però solo alla fine del libro.  Il vero protagonista, forse è proprio l’ansia. I personaggi li tratteggio velocemente, c’è persino qualche tratto di psicologia, ma non sono loro ad essere importanti. Quello che conta è il succedersi ineluttabile degli eventi.


Con “Il Colombo divergente” e con “Giovanna e l’angelo” è tutto l’opposto. Si tratta per la prima metà di biografie autentiche di personaggi storici e per la seconda metà di biografie immaginarie.


Anche nella parte storica, però, sono personaggi la cui psicologia è reinventata. Importantissimo è il punto di vista. L’occhio che li guarda è speciale, unico. In Colombo è un piccolo mistero che si scoprirà alla fine. In Giovanna la voce narrante è uno dei due protagonisti, è quest’angelo inconsapevole della propria natura di cui dicevo prima.


Sono personaggi la cui psicologia attraversa fasi alterne e contrapposte. Colombo all’inizio è un uomo che vive per un sogno, per un progetto. Poi uno sconfitto che non si arrende.


Giovanna si crede guidata da Dio, all’inizio non ha esitazioni, poi tutto cambia, il mondo si rovescia. Lei stessa diviene l’opposto di sé, si muta addirittura in uomo, con la massima naturalezza possibile, e questo suo mutamento si porta dietro il mondo, che muta con lei.


Sono personaggi storici che hanno in mano il potere immenso dell’ucronia! Tutto muta in funzione loro. Sono dei giganti sterminati sul palcoscenico. Ci sono molti altri personaggi in entrambi i romanzi, ma il potere dei protagonisti di catalizzare il corso degli eventi, li annienta tutti. Credo che in questo siano veramente dei personaggi, unici. Hanno un potere immenso. Un potere che però non è loro, un potere da cui come esseri umani, sono schiacciati, di cui loro stessi sono vittime.


 


Hai avuto difficoltà a pubblicare?


Rimasi inorridito dal primo approccio con l’editoria nel 1989, in occasione della mia prima pubblicazione (sono passati quasi vent’anni!). Trovai un editore a pagamento, una sorta di filibustiere, che stampò mezzo libro (eliminando arbitrariamente metà delle poesie, senza alcun criterio se non che si trovavano nella seconda metà del libro), mi sbagliò la copertina, non mi fece vedere neanche una bozza (all’interno del libro c’erano vari errori), illustrò il volume a modo suo, senza chiedermi neanche un parere. Un disastro… e dovetti pure pagare!


L’esperienza del tutto negativa mi portò a tenermi alla larga dagli editori per una dozzina d’anni. Nel 1999, quando ormai era nato il fenomeno d’internet, cominciai a pubblicare racconti e poesie nel web, soprattutto su Scrittura Fresca ma anche su molti altri siti. Incappai così per la prima volta in Liberodiscrivere. All’epoca ancora non era un editore, era solo un altro sito di scrittura. Pubblicai on-line un estratto de “Il Colombo divergente”. Nel 2001, Liberodiscrivere si trasformò in editore e propose a cinque autori, tra quelli più votati dai lettori e dalla redazione stessa, un contratto di pubblicazione. Fu così che il mio fu uno dei primi libri pubblicati da loro.


Da allora, sono sempre stato ben accolto. I miei lavori principali sono tutti editi da Liberodiscrivere. Ho anche, però, pubblicato racconti e poesie con altri editori.


Devo confessare di aver tentato il “salto”, offrendo qualcosa ad editori maggiori, ma non sono stato considerato.


 


Cosa pensi del fenomeno dell’editoria a pagamento?


Per fortuna Liberodiscrivere non mi chiede contributi. Posso comprare alcuni volumi dei miei libri con un po’ di sconto ma anche non comprarne affatto. Altrimenti per pubblicare cinque libri nel 2007, come ho fatto, avrei dovuto chiedere un mutuo!


Non credo che l’esistenza degli editori a pagamento sia del tutto negativa. Chi veramente crede nel proprio lavoro può sapere che, da qualche parte, può esserci un editore disposto a pubblicarlo, purché… paghi.


Al giorno d’oggi, però, con la nascita di queste nuove “stamperie on-line” come Lulu, Ilmiolibro, Blurb e altri, è possibile autoconfezionarsi un libro e pubblicarlo senza bisogno neppure della valutazione dell’editore. È molto più rapido e certo più economico rispetto a farsi pubblicare da un piccolo editore a pagamento. Non c’è neanche un numero minimo di copie da stampare.


Al giorno d’oggi davvero chiunque può pubblicare. Il difficile è farlo con editori seri che supportino il libro con editing e, soprattutto, promozione. Il difficile è farsi conoscere. Non sono neanche del tutto convinto che basti pubblicare con un grande editore per avere la strada spianata verso il successo. All’autore, pubblicando con un grande nome, può sembrare di aver ottenuto un marchio di qualità, ma credo che molti lettori non si accorgano neppure di chi sia l’editore del libro che stanno leggendo. Credo che anche i grandi editori alla fine concentrino i propri investimenti solo su alcuni titoli e che, quindi, anche alcuni loro autori siano poco supportati. Quello che fa davvero la differenza è una distribuzione capillare e una promozione efficace. Questo però è qualcosa che riguarda dieci libri l’anno o poco più. Allora potrebbe esser meglio essere l’autore di punta di un piccolo editore e mirare a raggiungere qualche risultato in una nicchia specifica.


 


Cosa consiglieresti ad un giovane esordiente che si affaccia ora al mondo della scrittura?


Innanzitutto di trovarsi un lavoro vero, con cui vivere e mangiare, perché salvo casi rarissimi di scrittura non si vive. Gli direi, però, di non demordere, di non arrendersi, di insistere con vari editori, selezionando quelli più affini per linea editoriale ai propri scritti e, magari, di provare a saggiare “il mercato” pubblicando on-line o stampando poche copie con le “stamperie on-line” di cui dicevo prima.


 


Un’ultima domanda, se tu potessi entrare in un libro quale sceglieresti?


Ogni volta che leggiamo un libro, “c’entriamo dentro”. Sicuramente quando ne scriviamo uno viviamo davvero dentro le sue righe.


Se, però, dovessi scegliere di entrare in un libro per viverci dentro, non necessariamente vorrei entrare in un libro che mi sia piaciuto leggere. La vita nei libri è quasi sempre troppo problematica, in un modo o nell’altro! Una storia senza problemi, difficilmente è interessante. Perché dovrei andare a cacciarmi nei guai apposta? Penso che mi piacerebbe entrare in un libro che descriva un mondo migliore del nostro. Purtroppo di distopie (romanzi che descrivono mondi peggiori) ne conosco tanti, ma di utopie, che descrivano un mondo ideale, non me ne viene in mente nessuna (non certo quella di Moro!). Probabilmente è un libro ancora da scrivere.


Qualcuno ha detto che non c’è più nulla di nuovo da scrivere: credo che sia la più colossale stupidaggine! Oltre alle infinite ucronie ancora da scrivere,come vedete, si trova presto un altro argomento carente: una nuova utopia! Ed è solo un esempio.


Tutto sommato, comunque, non credo di aver bisogno di entrare in alcun libro, sono soddisfatto di vivere in questo nostro povero mondo malato: i libri mi basta scriverli.


Vorrei solo poter vivere mille anni per poter scrivere tutto quello che ho in mente!


.


 


 

venerdì 30 maggio 2008

CAMERE VI

CAMERE VI


TEATRALITA' NOMADE


DI JAN HOET


JIMMIE


DURHAM


LUCA MARIA


PATELLA


MANFREDU


SCHU


31 maggio 2008


sino al 31 luglio


 



In occasione della mostra RAM radioartemobile registrerà un dibattito tra Jan Hoet e gli artisti che sarà disponibile nel nostro archivio all’indirizzo www.radioartemobile.it


Sabato 31 maggio 2008 alle ore 19.00, RAM radioartemobile è lieta di presentare la mostra Camere #6, nuovo step del progetto "Camere" che dall’incontro e dalla combinazione di diverse visioni artistiche, intende attivare nuovi processi di comunicazione e di comunicabilità dell’esperienza artistica.


La sesta edizione di Camere si avvale dell’autorevole contributo curatoriale di Jan Hoet, il Direttore artistico del MARTa Museum di Herford (Germania) nonché protagonista di iniziative memorabili, quale Documenta IX di cui fu Direttore e la mostra "Chambres d'Amis" del 1986 con la quale invitò settanta abitanti della città fiamminga di Gand ad aprire il loro spazio privato ad un’istallazione d’arte, annullando così il limite fra arte e vita quotidiana.


Negli spazi di RAM radioartemobile, Jan Hoet ha chiamato all’intervento tre protagonisti del panorama artistico internazionale, Jimmie Durham, Luca Maria Patella, ManfreDu Schu, ognuno dei quali, nel rispetto della propria autonomia di ricerca e di pensiero, propone un’inedita installazione.


 


L’arte di Jimmie Durham (Arkansas, USA, 1940) fonda le proprie radici nella cultura cherokee, impiegata per decostruire gli stereotipi e i pregiudizi della cultura occidentale, legata a strutture coloniali. La sua ricerca si spinge a esplorare la relazione fra forme e concetti, includendo la capacità delle parole di evocare alla memoria immagini e il potere delle immagini di trasmettere idee. Nel lavoro di Durham le idee vengono stimolate attraverso la giustapposizione e modificazione di una cosa nell’altra. Nascono allora assemblage, installazioni e oggetti che mirano al superamento della pura visibilità in favore di uno spazio concettuale che provoca il continuo slittamento dei significati.


Da metà degli anni Sessanta, Luca Maria Patella (Roma, Italia, 1934) conduce una ricerca analitica su ogni sistema di conoscenza attraverso una pluralità di mezzi e di linguaggi. La sua analisi si caratterizza soprattutto per la valenza psichica, mentale e culturale del proprio approccio. In mostra presenta “gli 'Arnolfini-Mazzola' ri guardano RAM / MAR”: due grandi tele fotografiche incorniciate in tondi d’oro raffigurano l’artista e la compagna a Madmountain, la loro casa-studio di Montepulciano. Nella sua opera si crea  un effetto tautologico in cui l'artista scopre un universo dentro un altro universo.


Tutta l’opera di ManfreDu Schu (Vienna, Austria, 1956) affonda le proprie radici nella polivalenza del vivente da cui muove per la creazione di nuove scene sperimentali. La complessità della propria ricerca si esprime attraverso una varietà di mezzi di presentazione: pittura, scultura, suono, installazione, azioni, performances. Accanto alle sue decostruzioni fa uso di testo, di parole e vocaboli in cui appare una sicura attitudine dadaista. E' come se fossero rituali arcaici e una narrazione dell'assurdo. 


 


In questa mostra - scrive Jan Hoet nel testo di presentazione Teatralità Nomade - possiamo parlare di una combinazione di riferimenti dove la messa in scena diventa l'essere privato dell'artista. Dove si può manifestare meglio questa dimensione privata se non a RAM radioartemobile, in cui ogni artista possiede uno suo specifico spazio privato? Dove il visitatore crea un rapporto speciale con lo spazio privato e lo interpreta come il piedistallo dell'opera e perciò lo spettatore si identifica con l'esperienza personale di casa. Sono esperienze dirette in relazione allo spazio e alla sua vita.


 


 CAMERE #6

JIMMIE DURHAM, LUCA MARIA PATELLA, MANFREDU SCHU


a cura di JAN HOET con il testo Teatralità Nomade


 


inaugurazione sabato 31 maggio 2008 ore 19.00


martedì - sabato, ore 16.30 - 19.30


ingresso libero



giovedì 29 maggio 2008

Interviste - 1

L'intervista alla giovane autrice Maria Viteritti inaugura una nuova sezione del blog. Cercherò di proporre mensilmente altre interviste a personaggi che ritengo interessanti. Fatemi sapere. Se pensate di dare un contributo a questa sezione e avete qualche intervista da proporre lasciatemi un messaggio. Sono ben accette anche le auto-candidature purché motivate.


Intervista a Maria Viteritti

muro


 


 


Iniziamo con le presentazioni, chi è Maria Viteritti?


E’ una persona a cui piace molto scrivere… e postare!


 


Parlaci della tua passione per la scrittura, da dove nasce, hai degli autori di riferimento?


Credo che sia nata dal mio passatempo preferito, la lettura… Sono cresciuta ai tempi in cui i blog non esistevano ancora! Comunque, ho letto molto e di conseguenza ho degli autori che mi sono rimasti impressi in modo particolare, spaziando un po’ per tutte le epoche e tutti i generi: Chuck Pahlaniuk, Irvine Welsh, Albert Camus, Franz Kafka, Stephen King, Agota Kristof, per citare i soliti noti. Poi sto scoprendo altri autori molto in gamba come Fulvio Abbate e il bravissimo Douglas Adams.


 


Che tipo di scrittore sei, scrivi di getto o redigi un’elaborata scaletta?


Una via di mezzo! Nella scrittura, come nella vita, sono davvero disordinata, per cui scrivo di getto, quando si presenta l’ispirazione. Però al tempo stesso non si può scrivere un romanzo se prima non c’è un’idea, un’impalcatura di base da seguire in modo logico.


 


Cosa ci vuoi dire del tuo romanzo?


Vediamo un po’… Nasce da una domanda: cosa succederebbe se la vita di chi vuole farla finita potesse resuscitare le persone uccise o morte incidentalmente? Nel romanzo parlo di questo. La storia si svolge in una Bologna postmoderna, dove si trova la Erebo Inc, la clinica che permette alle persone di recuperare la vita…. O perderla, a seconda dei casi.


 


Chi sono i tuoi personaggi?


C’è Giorgio, il protagonista, un medico che lavora alla Erebo Inc. Accoglie le persone stanche di vivere, che si rivolgono alla clinica per l’“eutanasia assistita”. Un giorno si presenta a lui la donna che ama in silenzio da anni: ha deciso di farla finita. Poi c’è Sandra, una ragazza che riporterà in vita. Grazie a lei, l’esistenza di Giorgio, passata a osservare il mondo in disparte, prenderà una svolta. Un personaggio chiave è infine Leibniz, l’ideatore del procedimento medico… Come il filosofo omonimo, ritiene di vivere nel migliore dei mondi possibili.


 


 


Hai avuto difficoltà a pubblicare?


Sì, non è mai facile pubblicare! Una volta ultimato il libro ho sondato un po’ il terreno. I grandi editori mi hanno risposto picche, dicendomi chiaro e tondo che non erano disposti a leggere nessun tipo di manoscritto. Qualcun altro mi ha chiesto soldi e ho lasciato perdere. Ho trovato anche editori onesti, ma non avevano distribuzione… E il mio sogno era che il libro si trovasse sugli scaffali di qualche libreria. Poi per caso ho scoperto il sito di Lupo Editore. C’era scritto che valutavano inediti, così ho provato a mandare il mio. Qualche mese dopo, quando ormai non ci speravo più, mi è arrivata l’e-mail di Cosimo Lupo, diceva che era disposto a pubblicarlo!


 


 


Cosa pensi del fenomeno dell’editoria a pagamento?


Sono contrarissima! Ripeto sempre che un editore, se chiede soldi, non è diverso da un tipografo. Allora meglio autoprodursi e tenersi tutti i proventi. Tra l’altro, pagare per essere pubblicato non è un buon biglietto da visita per uno scrittore esordiente. Ho letto vari romanzi di questo tipo: spesso l’editing è nullo, ci sono intere pagine piene di errori.


 


Cosa consiglieresti ad un giovane esordiente che si affaccia ora al mondo della scrittura?


Come dicevo poco fa, non accettare proposte di pubblicazione a pagamento. Gli editori onesti ci sono, basta cercare, e ancora cercare. E se proprio non si trovano… Beh, forse è meglio rimettere il proprio manoscritto nel cassetto e aspettare di tirarlo fuori in seguito per rielaborarlo, aspettando che i tempi siano maturi. Un libro si deve amare, non dev’essere abbandonato a sé stesso, se non è pronto per essere pubblicato. Comunque, agli autori in cerca di editori vorrei segnalare l’associazione culturale “Il treno”, che pubblica libri per finanziare progetti di beneficenza (www.iltreno.net) I ragazzi che l’hanno fondata sono persone davvero in gamba!


 


Un’ ultima domanda, se tu potessi entrare in un libro quale sceglieresti?


Che bella domanda! Nel Piccolo principe, senza dubbio… Forse è una risposta un po’ scontata, ma in fondo siamo un po’ tutti dei piccoli principi, sui nostri piccoli pianeti.