mercoledì 11 giugno 2008

Accellerazionismo

E' nato un nuovo movimento politico, l'Accellerazionismo,  a cui dò il benvenuto. Lo potremmo definire il braccio politico del Connettivismo ecco la presentazione del documento programmatico: In tempi che accelerano, si rende necessaria una rivoluzione paradigmatica che porti a una nuova condotta, in grado di rapportarsi in prospettiva dialettica con il futuro e non solo con il passato. Una nuova iniziativa cerca di dar voce a questa sensibilità, presentando una proposta programmatica tutta incentrata sull’innovazione. Sembra interessante. Per leggere l'intero documento scrittoda X andate su:


http://www.next-station.org/fe-art-d.php?_i=133&_e=0


Ecco per ora il logo del nuovo movimento creato da Giorgio Iguana Jo Raffaelli



 











domenica 8 giugno 2008

Un nuovo racconto di Marko Matz

Segnalo sul blog di Marko Matz ( www.mmushroom.splinder.com ) un suo nuovo toccante racconto intitolato con un nome di donna, Perla. Marko è un mio giovane amico che i lettori del blog conoscono bene ed un bravo scrittore, ha pubblicato due romanzi per i tipi di una piccola casa editrice di Perugia, la Midgard (www.midgard.it), li potete acquistare on line od ordinare in libreria. Io sono particolarmente legata al suo secondo romanzo, Colore indeciso che a suo tempo ho presentato su questo blog. Buona lettura

sabato 7 giugno 2008

Recensione - 1

Ospito volentieri sul blog la recensione di questo romanzo che mi è stata lasciata dall'autore in un commento ad un mio vecchio post.  Non saprei dire di più. Non conosco questo scrittore e nemmeno il libro che a prima vista sembrerebbe interessante. Cercherò di procurarmi il  romanzo magari per recensirlo io stessa, in fondo mi ha incuriosita.



UN DELITTO ELEMENTARE, MA NON È UN POLIZIESCO ELEMENTARE
di L.M.& C.G

Si può parlare in vari modi di questo giallo.
Fare centro sull’originale ambientazione in una scuola romana e sugli operatori scolastici che la abitano, due maestre di tempo pieno, una ambiziosa dirigente scolastica, una manciata di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario...oppure sulla pattuglia di quarantenni che fa di tutto per tornare sui banchi di scuola, oppressa da un misterioso evento, accaduto quando frequentavano la quinta elementare.
Alcuni di quei bambini nella vita hanno avuto quello che si definisce il successo, un artista del fumetto, un primario neurologo un’editrice, altri si sono comunque inseriti nella società, un commissario di pubblica sicurezza, un operaio specializzato, una funzionaria della Rai, altri no, uno è diventato un barbone, un altro un sospetto avventuriero; tutti hanno dovuto convivere con una memoria che li ha segnati, tutti pian piano nel procedere della storia danno conto dei cambiamenti che li hanno mutati ma non sono riusciti a smascherarli. Tra i catalizzatori della storia due alunni ed un giostraio che fa anche il detective. Sullo sfondo non manca una realtà di carta disegnata da uno dei protagonisti, lo zingaro Gilas, improbabile Detective di carta, eroe di una fortunata serie di fumetti.
Lo stile è svelto, accattivante, i colpi di scena opportuni, le sorprese continue...il divertimento assicurato; ci si potrebbe fermare qui, perché apparentemente Un delitto elementare, nella moderna ambientazione, recupera lo schema del giallo classico (omicidio / investigazione / soluzione / spiegazione), il modello del racconto basato sull'indagine poliziesca e sulla soluzione razionale di un enigma iniziale. Ci si potrebbe limitare a questo, perché gli autori sfruttando appieno la lezione dei maestri, - e ci sarebbe abbastanza per scrivere una bella recensione -, ma si farebbe torto ad un libro che non può essere definito tout court un poliziesco classico, poiché rappresenta, allo stesso tempo, anche una variante di quei gialli che Giuseppe Petronio chiamava problematici, che appartengono ad una tipologia lontanissima dal mistery!
Questo essere sia un giallo classico che un giallo moderno e problematico è la caratteristica principale di Un delitto elementare.
L’appassionato rispolvera con soddisfazione gli elementi che ha imparato ad apprezzare nel mistery , con in più alcuni variazioni e particolarità che trovano il modo di investire pesantemente anche il ruolo della detection, delle regole del giallo, della basilare (per i gialli) e indiscutibile lotta dei buoni contro i cattivi.
In queste condizioni se la detection va a buon fine, è paradossalmente solo merito dei colpevoli che debbono sudare le proverbiali sette camicie, inventare cento trappole, osare l’inosabile per prevalere l’uno sull’altro, e sull’impenetrabilità del mistero...
Se non si vogliono tradire i segreti degli autori, a questo punto si può dire solo che, nello svilupparsi della storia, .lo smacco del genere poliziesco è completo, che il giallo, come onestamente si confessa nella quarta di copertina (ma è l’unica onestà degli autori, più sleali di Agata Christie!) diventa un metagiallo, ovvero una riflessione sul giallo stesso, sulle sue intatte, rinnovate, capacità di illuminare l’attività dello scrivere e perfino, alla fine, quella di giudicare in base a principi morali.
La narrazione, caratterizzata da distinte focalizzazioni, entrambe tipiche del genere, l’una esterna, in terza persona, l’altra soggettiva, in prima persona, tratteggia al lettore meno smaliziato autori che mostrano di sapere molto meno dei propri personaggi. Fino al denoument, alla risoluzione finale dell'intreccio.
Nel romanzo di Calcerano & Fiori la sfida intellettuale, indissolubilmente connessa al genere, si coniuga all’altra sfida della riflessione etica, e la ricerca dell’assassino diventa non tanto l’occasione per una denuncia politica (che so, della bacata rispettabilità borghese) denuncia che rischia di mostrarsi ormai piuttosto datata, quanto la moderna analisi del marcio che si nasconde sotto la maschera di rispettabili pre-giudizi morali.
L’indagine degli investigatori ufficiali o di complemento è fallace proprio perché basata su dati di fatto superficialmente valutati, colpevolmente travisati...e su giudizi prematuri, cioè parziali e basati su argomenti insufficienti, che non possono bastare per scoprire chi ha ucciso o svelare la colpevolezza, o addirittura il Male.
Il misterioso evento del passato non fa eccezione, tutti credono di conoscerlo anche se lo tengono segreto, e quel mantenerlo segreto è il modo migliore per mantenerlo un mistero e farlo diventare l’occasione per compiere nuovi delitti.

Per questo non è facile scrivere una recensione per Un delitto elementare. Perché è necessario tenere accuratamente celato l’assassino ed il finale...eppure parlarne.
Specie nei gialli classici il finale è il momento forte della narrazione, il clou della storia, qui non si fa eccezione, anzi! Nel romanzo la storia accelera il ritmo, lentamente ma continuamente, per poi impegnarsi in una sconvolgente corsa verso l'epilogo. Il finale è la scommessa di Calcerano & Fiori con il lettore. E non solo perché, come è necessario, debbono risolvere i conflitti presentati dai personaggi, sciogliere le tensioni, fugare i dubbi, risolvere le questioni. mantenere la coerenza, rispettare le premesse, trovare una risposta ad ogni domanda. E’ così che devono essere i finali.
In Un delitto elementare il finale per il lettore è l’unico momento in cui viene a conoscere la verità degli autori. Diremo solo che questo finale, invece di chiudere, allarga la prospettiva della storia, alza una cortina per tutta la narrazione abbassata a coprire i fatti ed i giudizi, svela una realtà amara che fino ad allora era stata appena abbozzata o suggerita. Una realtà per cui, parafrasando Voltaire, si potrebbe affermare che è meglio salvare un colpevole piuttosto che lasciarne libero un altro, o meglio, non riuscire a svelarne un altro.


Un delitto elementare – Luigi Calcerano Giuseppe Fiori
Sovera multimedia - Roma 2008
Per la copertina vedi:
www.luigicalcerano.com

mercoledì 4 giugno 2008

Intervista a Carlo Menzinger

Iniziamo con le presentazioni, chi è Carlo Menzinger?


Cominciamo con le domande difficili? Questa è una tipica domanda cui si potrebbe rispondere in infiniti modi: un bancario, uno romano trapiantato a Firenze, un padre, un europeo dalle origini più varie, uno che si occupa di finanza strutturata, un lettore, un ex-pendolare, uno che ha lavorato in trenta città diverse e molto altro ancora. Ai fini di questa intervista, posso dire che sono una persona che da sempre ama scrivere. Sono, però, anche una persona che è sempre stata convinta che leggere e scrivere (due cose inscindibili, tranne che nelle barzellette sui carabinieri) potessero essere solo degli hobby e non certo una professione. Così, già al momento di scegliere la laurea, dopo il Liceo Classico, ho rinunciato a velleità letterarie laureandomi in Economia e Commercio. Ho sempre avuto, comunque, la convinzione, che quella di procurarmi un buon lavoro fosse la miglior strada per dedicarmi ai miei hobby: in primis la scrittura.


 


Parlaci della tua passione per la scrittura, da dove nasce, hai degli autori di riferimento?


C’è chi scrive per sfogo, chi per raccontare qualcosa che ritiene importante, chi per altre ragioni. Io ho sempre scritto perché mi divertiva. Mi piaceva creare delle storie. Mi sono sempre divertito a scrivere. Qualunque cosa. Il mio approccio alla scrittura è sempre ludico. Per questo frequento siti di scrittura, ho organizzato spesso “giochi letterari”, amo la scrittura collettiva e, sempre per questo, ho recentemente curato un’antologia.


L’amore per la scrittura credo sia connaturato a quello per la lettura. La mia prima passione fu, alle elementari, per le avventure narrate da Salgari e Verne, di cui credo di aver letto tutto, persino i romanzi scritti dai figli di Emilio Salgari.


Poi venne l’amore per la fantascienza, veicolata dalle letture di Verne. Il mio idolo divenne Asimov. A quattordici anni portavo dei “favoriti” che volevano imitare i suoi “basettoni vaporosi”.


Nel frattempo andavo scoprendo i classici, dai greci, fino a quelli del novecento. Da giovane ho amato molto Calvino. Poi è stata la volta di Hesse. In età più matura sono divenuto molto più eclettico come lettore. Ho amato Kundera, Marquez, Eco, Brown e molti altri. Era comunque finito il tempo dei singoli autori. Ormai da anni amo esplorare ogni sorta di lettura. In ogni mio libro si sente, credo, l’influsso di così tanti autori che dovrebbe essere difficile individuarne uno solo come riferimento.


“Giovanna e l’angelo” è una continua citazione da Virgilio a Besson, passando per Voltaire, Solera,  Pizan, Tasso, Milton, Blake, Queneau. L’autrice che ha il maggior peso nell’opera, però, è Virginia Wolf, con il suo “Orlando”.


Anche il “Colombo divergente” ha una lunga bibliografia, anche se meno letteraria. Si rifà di più al mito, alla storiografia ufficiale e parallela, all’esoterismo, alla simbologia rosacrociana, massone e templare.


“Cybernetic love”, scritto con Simonetta Bumbi, è un collage di versi di autori antichi, riscritti con linguaggio informatico per descrivere un triangolo amoroso nato in una chat (Omero, Virgilio, Euripide, Dante, Petrarca, Shakespeare, De La Barca, Manzoni…).


“Se sarà maschio lo chiameremo Aida”, scritto con Andrea Didato, si riferisce all’opera verdiana. Sia questo romanzo che “Cybernetic love” fanno parte del volume “Parole nel web”.


 


Che tipo di scrittore sei, scrivi di getto o redigi un’elaborata scaletta?


Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Sicuramente non ho mai avuto la “crisi della pagina bianca”. Quando scrivo da solo mi faccio un’idea di massima di quello che voglio scrivere e butto giù una scaletta sintetica. Quando scrivo con altri autori, cerchiamo di programmare la trama e delineare a grandi linee i personaggi principali. Il lavoro preparatorio aumenta necessariamente al crescere del numero degli autori. Il romanzo “Il Settimo Plenilunio” che abbiamo scritto in tre (Simonetta Bumbi, Sergio Calamandfrei ed io) ha alle spalle un file di “riflessioni” lungo forse più dell’intero romanzo.


Quello che, però, davvero caratterizza il mio modo di scrivere è che la mia è una scrittura “elettronica”, nel senso che sarebbe quasi impossibile senza un PC. Scrivo, infatti, per stratificazioni successive. Correggo innumerevoli volte il testo. Ci torno sopra e aggiungo nuovi paragrafi. Li sposto. A volte ne elimino.


Per dare un’idea, basti pensare che “Il Colombo divergente” in prima stesura era scritto in terza persona al passato e poi l’ho trasformato in un romanzo scritto in seconda persona e al presente.  Per non parlare dell’inserimento di nuovi personaggi.


Altre volte, invece, scrivo più “di getto” come nel caso di “Ansia assassina”. Questo romanzo è molto diverso dalle due ucronie (“Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo”), non solo perché è un thriller e si svolge ai giorni d’oggi, ma proprio per il metodo di scrittura.


“Ansia assassina” nasce da un racconto, il primo capitolo, di cui ho immaginato poi lo sviluppo. Allo stesso modo ho scritto altri due romanzi ancora da completare. Ogni capitolo cerca di essere una piccola storia autonoma, pur essendo strettamente connesso agli altri. Nei romanzi ucronici, invece, avevo intenzione fin dall’inizio di scrivere un romanzo. L’ordine in cui ho scritto i capitoli nel thriller è stato nell’ordine in cui sarebbero stati letti, nel “Colombo divergente”, no.


 


Puoi spiegare ai lettori del blog cos’è un’ ucronia e perché questo genere letterario ti affascina così tanto?


L’ucronia o allostoria  è un genere letterario che descrive ipotesi alternative alla Storia reale. Parla dei “se” della Storia. Il modo migliore per spiegarlo credo sia fare un esempio. Ne “Il Colombo divergente” immagino che Colombo, arrivato in America, faccia rotta un po’ più verso nord, che incontri gli aztechi e sia fatto prigioniero. La sua storia personale e la Storia dell’umanità cambiano corso. Possiamo immaginarne gli effetti immediati (come ho fatto nel romanzo) o quelli più avanti nel tempo. In entrambi i casi stiamo scrivendo un’ucronia.


Quando ho scritto “Il Colombo divergente” non sapevo di stare scrivendo qualcosa che potesse appartenere ad un genere. Lo scoprii mentre stavo ormai lavorando sul secondo romanzo ucronico “Giovanna e l’angelo”, in cui immagino la vita di Giovanna d’Arco oltre il rogo in cui, invece, morì.


In realtà, scrivendo entrambe le storie non ero preoccupato di seguire le “regole del genere”. Con il Colombo, volevo oltre che descrivere gli effetti di un mutamento della Storia, anche immaginare le reazioni di un uomo di successo davanti alla sconfitta, volevo parlare dell’incontro con civiltà diverse (Colombo, alla fine fugge e arriva anche in Africa: attraversa tre continenti e ne cerca un quarto!), anticipare la “globalizzazione culturale” di qualche secolo. Volevo anche parlare del potere occulto.


Con “Giovanna e l’angelo” volevo descrivere uno strano rapporto (la chiamo “remotissima vicinanza”), quello tra una donna e un essere soprannaturale (“l’angelo”) inconsapevole della propria natura, privo di ogni contatto con il mondo che non fosse la stessa Giovanna, ignaro dell’esistenza di Dio (un angelo “ateo”). Volevo anche parlare dell’inconsistenza delle differenze tra i sessi (in questo mi sono un po’ rifatto a “Orlando” di Virginia Wolf).


Per me questi romanzi sono, però, molto di più che semplici ucronie.


Dunque, per questi romanzi credo che parlare di ucronia sia soprattutto un modo comodo (ma non troppo, dato che occorre prima spiegare di cosa si parla)  per identificarli, per farli catalogare dai lettori. L’ucronia è affascinante perché ci offre un numero illimitato di storie da raccontare, infinite per ogni personaggio o evento storico reale. Avrei potuto scrivere la Storia di Colombo in moltissimi altri modi.


L’altra cosa che mi sorprende dell’allostoria è che sia così poco nota, che siano state scritte così poche storie ucroniche, visto il potenziale illimitato del genere.


 


Cosa ci vuoi dire della raccolta di racconti “Ucronie per il terzo millennio”?


 


Quando ho cominciato ad interrogarmi sulle ucronie, a rendermi conto di quanto poco questo genere fosse conosciuto, mi sono posto tre obiettivi:



  1. cercare di far conoscere il romanzo controfattuale (altro sinonimo di ucronia);

  2. mettere in contatto gli autori ucronici italiani;

  3. scrivere un’antologia di racconti assieme ad altri autori.


Per realizzare questi obiettivi ho aperto un Forum su www.liberodiscrivere.it, ho riunito diciotto autori ed assieme abbiamo scritto i quarantasei racconti che compongono “Ucronie per il terzo millennio”.


Questa antologia vuole dunque essere il nostro modesto contributo alla diffusione della conoscenza di questo genere. A tal fine parlo spesso dell’argomento anche sul mio blog http://menzinger.splinder.com e sul mio sito www.scrivo.too.it, ho aperto il Gruppo “Ucronie” sul grande portale di lettori “aNobii”, ho organizzato le due serate ucroniche di Firenze e Modena, sto ora organizzando per il 4 ottobre la terza serata che si terrà a Genova e ho avuto persino degli incontri nelle scuole.


 


Sappiamo che hai scritto diversi romanzi, qual è quello a cui sei più legato?


In effetti, ho scritto vari romanzi, più di quelli finora pubblicati. Certo, quello a cui tengo di più è il Colombo divergente. Non è stato il mio primo romanzo ma il primo pubblicato. Prima di quello avevo completato una storia dal titolo “I piccoli mondi di Donelderan” (che considero impubblicabile) e pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “Viaggio intorno allo specchio”. Come autore mi pare, però, di essere veramente nato con “Il Colombo divergente”, scritto nella seconda metà degli anni ’90 e pubblicato nel 2001. L’anno scorso ne è uscita una seconda edizione che ho riveduto e corretto, aggiungendo anche delle note. Ho tagliato anche alcuni capitoli, compreso l’incipit.


Tengo molto, però, anche a “Giovanna e l’angelo” che è un romanzo nato dalla costola del “Colombo divergente”. In “Giovanna e l’angelo” ho applicato con maggior consapevolezza tutto ciò che avevo faticosamente costruito per il Colombo, dal potere di mutare la Storia, al punto di vista (entrambi narrati in seconda persona), alla presenza “laica” del soprannaturale, all’analisi psicologica dei personaggi, alla loro solitudine, al loro amore  per la propria missione, al loro “eroismo” non riconosciuto, al continuo riferimento alla letteratura e alla Storia.


 


Chi sono i tuoi personaggi?


“Ansia assassina” ha molti personaggi ma hanno tutti vita breve. Il protagonista principale, di cui si parla in ogni capitolo, compare però solo alla fine del libro.  Il vero protagonista, forse è proprio l’ansia. I personaggi li tratteggio velocemente, c’è persino qualche tratto di psicologia, ma non sono loro ad essere importanti. Quello che conta è il succedersi ineluttabile degli eventi.


Con “Il Colombo divergente” e con “Giovanna e l’angelo” è tutto l’opposto. Si tratta per la prima metà di biografie autentiche di personaggi storici e per la seconda metà di biografie immaginarie.


Anche nella parte storica, però, sono personaggi la cui psicologia è reinventata. Importantissimo è il punto di vista. L’occhio che li guarda è speciale, unico. In Colombo è un piccolo mistero che si scoprirà alla fine. In Giovanna la voce narrante è uno dei due protagonisti, è quest’angelo inconsapevole della propria natura di cui dicevo prima.


Sono personaggi la cui psicologia attraversa fasi alterne e contrapposte. Colombo all’inizio è un uomo che vive per un sogno, per un progetto. Poi uno sconfitto che non si arrende.


Giovanna si crede guidata da Dio, all’inizio non ha esitazioni, poi tutto cambia, il mondo si rovescia. Lei stessa diviene l’opposto di sé, si muta addirittura in uomo, con la massima naturalezza possibile, e questo suo mutamento si porta dietro il mondo, che muta con lei.


Sono personaggi storici che hanno in mano il potere immenso dell’ucronia! Tutto muta in funzione loro. Sono dei giganti sterminati sul palcoscenico. Ci sono molti altri personaggi in entrambi i romanzi, ma il potere dei protagonisti di catalizzare il corso degli eventi, li annienta tutti. Credo che in questo siano veramente dei personaggi, unici. Hanno un potere immenso. Un potere che però non è loro, un potere da cui come esseri umani, sono schiacciati, di cui loro stessi sono vittime.


 


Hai avuto difficoltà a pubblicare?


Rimasi inorridito dal primo approccio con l’editoria nel 1989, in occasione della mia prima pubblicazione (sono passati quasi vent’anni!). Trovai un editore a pagamento, una sorta di filibustiere, che stampò mezzo libro (eliminando arbitrariamente metà delle poesie, senza alcun criterio se non che si trovavano nella seconda metà del libro), mi sbagliò la copertina, non mi fece vedere neanche una bozza (all’interno del libro c’erano vari errori), illustrò il volume a modo suo, senza chiedermi neanche un parere. Un disastro… e dovetti pure pagare!


L’esperienza del tutto negativa mi portò a tenermi alla larga dagli editori per una dozzina d’anni. Nel 1999, quando ormai era nato il fenomeno d’internet, cominciai a pubblicare racconti e poesie nel web, soprattutto su Scrittura Fresca ma anche su molti altri siti. Incappai così per la prima volta in Liberodiscrivere. All’epoca ancora non era un editore, era solo un altro sito di scrittura. Pubblicai on-line un estratto de “Il Colombo divergente”. Nel 2001, Liberodiscrivere si trasformò in editore e propose a cinque autori, tra quelli più votati dai lettori e dalla redazione stessa, un contratto di pubblicazione. Fu così che il mio fu uno dei primi libri pubblicati da loro.


Da allora, sono sempre stato ben accolto. I miei lavori principali sono tutti editi da Liberodiscrivere. Ho anche, però, pubblicato racconti e poesie con altri editori.


Devo confessare di aver tentato il “salto”, offrendo qualcosa ad editori maggiori, ma non sono stato considerato.


 


Cosa pensi del fenomeno dell’editoria a pagamento?


Per fortuna Liberodiscrivere non mi chiede contributi. Posso comprare alcuni volumi dei miei libri con un po’ di sconto ma anche non comprarne affatto. Altrimenti per pubblicare cinque libri nel 2007, come ho fatto, avrei dovuto chiedere un mutuo!


Non credo che l’esistenza degli editori a pagamento sia del tutto negativa. Chi veramente crede nel proprio lavoro può sapere che, da qualche parte, può esserci un editore disposto a pubblicarlo, purché… paghi.


Al giorno d’oggi, però, con la nascita di queste nuove “stamperie on-line” come Lulu, Ilmiolibro, Blurb e altri, è possibile autoconfezionarsi un libro e pubblicarlo senza bisogno neppure della valutazione dell’editore. È molto più rapido e certo più economico rispetto a farsi pubblicare da un piccolo editore a pagamento. Non c’è neanche un numero minimo di copie da stampare.


Al giorno d’oggi davvero chiunque può pubblicare. Il difficile è farlo con editori seri che supportino il libro con editing e, soprattutto, promozione. Il difficile è farsi conoscere. Non sono neanche del tutto convinto che basti pubblicare con un grande editore per avere la strada spianata verso il successo. All’autore, pubblicando con un grande nome, può sembrare di aver ottenuto un marchio di qualità, ma credo che molti lettori non si accorgano neppure di chi sia l’editore del libro che stanno leggendo. Credo che anche i grandi editori alla fine concentrino i propri investimenti solo su alcuni titoli e che, quindi, anche alcuni loro autori siano poco supportati. Quello che fa davvero la differenza è una distribuzione capillare e una promozione efficace. Questo però è qualcosa che riguarda dieci libri l’anno o poco più. Allora potrebbe esser meglio essere l’autore di punta di un piccolo editore e mirare a raggiungere qualche risultato in una nicchia specifica.


 


Cosa consiglieresti ad un giovane esordiente che si affaccia ora al mondo della scrittura?


Innanzitutto di trovarsi un lavoro vero, con cui vivere e mangiare, perché salvo casi rarissimi di scrittura non si vive. Gli direi, però, di non demordere, di non arrendersi, di insistere con vari editori, selezionando quelli più affini per linea editoriale ai propri scritti e, magari, di provare a saggiare “il mercato” pubblicando on-line o stampando poche copie con le “stamperie on-line” di cui dicevo prima.


 


Un’ultima domanda, se tu potessi entrare in un libro quale sceglieresti?


Ogni volta che leggiamo un libro, “c’entriamo dentro”. Sicuramente quando ne scriviamo uno viviamo davvero dentro le sue righe.


Se, però, dovessi scegliere di entrare in un libro per viverci dentro, non necessariamente vorrei entrare in un libro che mi sia piaciuto leggere. La vita nei libri è quasi sempre troppo problematica, in un modo o nell’altro! Una storia senza problemi, difficilmente è interessante. Perché dovrei andare a cacciarmi nei guai apposta? Penso che mi piacerebbe entrare in un libro che descriva un mondo migliore del nostro. Purtroppo di distopie (romanzi che descrivono mondi peggiori) ne conosco tanti, ma di utopie, che descrivano un mondo ideale, non me ne viene in mente nessuna (non certo quella di Moro!). Probabilmente è un libro ancora da scrivere.


Qualcuno ha detto che non c’è più nulla di nuovo da scrivere: credo che sia la più colossale stupidaggine! Oltre alle infinite ucronie ancora da scrivere,come vedete, si trova presto un altro argomento carente: una nuova utopia! Ed è solo un esempio.


Tutto sommato, comunque, non credo di aver bisogno di entrare in alcun libro, sono soddisfatto di vivere in questo nostro povero mondo malato: i libri mi basta scriverli.


Vorrei solo poter vivere mille anni per poter scrivere tutto quello che ho in mente!


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